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Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Cose turche di Cina

Da Khorgos a Ürümqi, le sorprese dell’estremo Occidente (dalle memorie di Suor Deodora)

Blog di DODAMANTE del 2008-01-23 00:23:05
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Buio sul confine

data: 2008-01-23 00:27:20
Ricordo quell’ingresso in Cina con tutto lo stupore che la mia giovane età d’allora conferiva alle avventure in terre sconosciute. Negli anni che seguirono, quando potei ritirarmi nel silenzio del chiostro e meditare sulle storie occorsemi, mi gettai a capofitto nella lettura di tutte le opere sulla Cina che fui capace di trovare. Quel viaggio accese una nuova passione, moltiplicò le mie curiosità, e mi permise di misurare in centinaia di miglia l’ampiezza dei miei movimenti con la Cavalletta. Non che pedalassimo assai, in verità; tra un borgo e l’altro ci servimmo sempre dei torpedoni. Ma nelle città cinesi, e intorno a queste, la mia cavalcatura galoppò felicemente; mi sembrò smagliante e sempre pronta ad infilarsi nell’allegro stridìo degli sciami a due ruote che popolavano le vie. Allorché il mondo mi nomava Dodamante, tuttavia, e prima di quel viaggio, mai pensiero mi sfiorò di misurarmi con l’enorme maestà delle terre cinesi. Quasi nulla ne sapevo, la lingua m’era ostica; molto avevo studiato dei luoghi d’Asia centrale, ma la Cina – la Cina! – era sì un altro mondo, e il tempo di studiarne le usanze, i modi ed i governi non v’era stato. Quasi nulla portavo con me – la groppa della Cavalletta era ben carica – che potesse aiutarmi nell’esplorazione. Una mappa, un piccolo dizionario e una guida nel britannico idioma che buona non era, bensì leggera a sufficienza affinché la Cavalletta non avesse a soffrirne. In quel villaggio di confine che Khorgos era, ci ritrovammo subito nel buio: buio di luce – la strada che conduceva al valico di frontiera non era illuminata, quella sera – e buio di notizie: nessuna locanda ci era nota, nessun cavaliere amico abitava quella landa. E la capitale Pechino, ove pure saremmo dovute arrivare, s’innalzava lontanissima, quasi tremila miglia a est.
 

La fiducia della Cavalletta

data: 2008-01-23 00:29:46
Il gruppo sparuto che con noi era sbarcato in Cina, quel dì, s’era dissolto. Spinsi la Cavalletta avanti, nella strada inghiottita dall’ombra della notte, e subito una piccola folla ci fu attorno. Malgrado il pallido chiarore del cielo, fu subito evidente che la siepe di teste che a noi s’affiancava non avrebbe potuto dirsi d’etnia Han. Visi larghi, e grandi pupille nere, ci puntavano con fare interrogativo. Un uomo sventolava un mazzo di banconote; ne comprammo per venti dollari americani. I banchi di cambio erano chiusi oramai, avremmo dovuto mangiare e trovare una locanda per trascorrere la notte.

- Kushat? domandò qualcuno. Gastiniza?

Non mi stupii poi troppo d’ascoltare il russo idioma in quella strana terra di Cina. Tre uomini ci scortarono verso il centro del villaggio, ove baluginava il chiarore dell’illuminazione stradale. Non capii chi fossero, dapprima, e perché si mostrassero così solerti nell’aiutarci a trovare un luogo ove ristorarci e dormire. Fui incerta, viziata dall’antico pregiudizio degli Europei che sempre sospettano un doppiofondo d’interesse nell’offerta spontanea d’aiuto da parte d’ignoti. Ma la Cavalletta non ebbe esitazione alcuna: senza interpellarmi si lanciò al seguito di quegli uomini; ed io l’assecondai.
 

I passi degli altri

data: 2008-01-23 00:32:18
Il turbamento di quella prima sera di Cina, la notte che ne seguì e il concitato risveglio del mattino seguente, echeggiano ancora in certi miei attimi silenziosi nel chiostro. Alle volte sorrido a quei ritorni, e le consorelle s’interrogano dubbiose, pensando che in quel moto strano del viso si celi uno spasmo nervoso, o forse una vena di latente manchevolezza della mente. Potrei loro spiegare che il tempo del secolo non m’abbandona, e spesso torna a tirarmi il lembo della tonaca. Credo che un dì quest’invisibile mano mi denuderà, e sarà allora luogo d’abbandonare il convento per ripartire di gran carriera sulle mulattiere più impervie. Ma ora non ho finito di riportare le grandi meraviglie di quel viaggio; benché il racconto mi costi fatica, e spesso m’impedisca di dedicarmi appieno all’opre quotidiane delle suore. Le consorelle attribuiscono le mie assenze, e quello strano sorriso che talora mi dipinge i connotati, alla medesima strana attitudine che mi portò, una notte, a bussare alla porta del convento in sella a una vecchia bicicletta. Sanno che ho visto il mondo; credo che l’aver deciso di ritirarmi in questo convento sia per loro motivo d’orgoglio. Pensano forse che abbia meditato a lungo prima d’arrivare fin qui, e abbia potuto scegliere fra tanti luoghi di clausura, e di diversa fede. So ben io che s’è trattato d’un caso, benché poi ne abbia avuto la serenità necessaria per redigere le mie storie.
Il borgo di Khorgos, o Horgos o anche Korgas nella trascrizione latina, s’apriva semibuio davanti ai nostri passi. Poco vidi della brulicante vita che sempre s’immagina di Cina; lanterne rosse illuminate, e strane piccole vetture a tre ruote che mi fecero pensare a uno sbarco lunare. Qualche cavalcatura s’infilava, senza fanali, sui lati delle strade, in silenzio. Gli uomini ci condussero in una locanda illuminata a giorno; ove fosse non saprei dire. Ricordo che mi sentivo come un cieco quando viene sospinto fuori dalle abitudini dei percorsi noti. M'abbandonai ai passi degli altri. La Cavalletta fu appoggiata a una parete, all’interno della sala, con tutto il carico addosso. Sedemmo in quattro, e finalmente potei vedere i volti dei miei commensali.
 

La sorpresa dei commensali

data: 2008-01-23 00:34:12
Uno doveva essere il cambiavalute: stempiato, la camicia bianca lasciava scoperte le braccia un po’ molli. Gli occhi neri s’aprivano spesso in un placido sorriso, e il suo idioma non mi parve così astruso. Mi sedeva davanti un giovane che, nell’oscurità, m’era parso sinistro. Una certa sfumatura di volgarità sembrava distorcere quel viso, e dapprima m’intimorì.

- Minià zavut Galimzhan, mi disse nel russo idioma, porgendomi la mano.

Il terzo m’era seduto accanto, ma i suoi connotati non lasciarono traccia nella mia memoria. Ricordo solo che, nel seguito, ci accompagnò a cercare una locanda ove trascorrere la notte.

- Huojia! Huojiaaa! gridava come un ossesso, all’indirizzo della donna che doveva mostrarci una camera. Guardai Galimzhan che m’era accanto, sembrava sconcertato quanto me dalla villania della richiesta. La donna arrivò senza scomporsi, e ci mostrò la camera. Era una stanza sobria, non impeccabile ma dignitosa, con un grande thermos d’acqua calda per fare il tè, un enorme televisore e due letti singoli, molto vicini. Il bagno aveva una doccia, e un filo aereo univa due pareti, per il bucato.
La Cavalletta trovò spazio ai piedi del mio letto. Galimzhan uscì fuori, a fumare.
 

La cena di Babele

data: 2008-01-23 00:36:33
Credo che le consorelle oggi abbiano cercato di leggere le mie pagine. Ho trovato un cassetto semiaperto, quello ove ripongo il composimetro quando termino le lunghe sedute della scrittura. Tutto era intatto, nulla mancava. Le pagine scritte sono riposte al sicuro. Eppure, sono certa che qualcuno sia entrato nella mia cella, nell’ora della mia passeggiata mattutina lungo il lago che lambisce le mura del convento. Devo fare più attenzione. Quando scrivevo della mia prima storia cinese, del turbamento e del desiderio che mi provocò, ho provato lo stesso fremito di quella mattina, quando aprii gli occhi sul corpo nudo di Galimzhan che m’era a una spanna. Ho voluto risognare quel corpo, mentre scrivevo, e l’orgasmo che n’è venuto deve aver risuonato sulle pareti silenziose del convento.
Il banchetto di quella prima sera fu un’incredibile acrobazia linguistica. Eppure tutto fu molto chiaro: domandai una minestra e del tè. Mangiai svogliatamente, avevo già cenato sul confine (vedere il blog precedente). I miei commensali parlavano una lingua a tratti aspra, di cui coglievo alcune parole. Tutto era, fuorché cinese. Assomigliava al turco, benché il giovane Galimzhan si esprimesse con un accento diverso; a me si rivolgeva in russo. I due uomini più anziani dovevano essere uighuri, la grande minoranza di quella parte di Cina che al tempo d’oggi è nomata Regione Autonoma dello Xinjiang. Mangiarono rumorosamente una ciotola di spaghetti. Guardai Galimzhan, e mi parve che quella smorfia un po’ volgare che gli avevo attribuito nel buio fosse solo l’effetto di tratti somatici marcati, che nulla avevano in comune con l’eburneo sorriso dei cinesi Han.
 

Problemi di frontiera

data: 2008-01-23 00:38:59
Fu allora che seppi d’aver imparato il russo idioma, in quell’angolo remoto di Cina, a tavola con due uomini uighuri e uno kazako. E capii pure che la mia caparbia necessità d’entrare, quel medesimo dì, nel nuovo mondo cinese con la Cavalletta (vedere il blog precedente), fu la salvezza del mio lasciapassare, e forse dell’intero mio viaggio.
Galimzhan ora fumava. Mi sembrò strano che non avesse bagaglio con sé, solo una borsa a tracolla nera; così era – nero fondo – tutto ciò che portava indosso. Veniva da Ürümqi, il capoluogo della regione dello Xinjiang, ove saremmo andate nel seguito del viaggio, la Cavalletta e me medesima. S’era recato nella città cinese a trovare un amico, così mi disse, e quel dì contava di rientrare nella terra dei Kazaki, ad Almaty, ove studiava. Canto e recitazione. Ma al posto di frontiera era arrivato troppo tardi per passare quel giorno, e l’indomani. E per tre dì, ancora, il confine di Khorgos (nella foto) sarebbe rimasto sbarrato al passo d’uomini e veicoli, cavalcature e torpedoni. Si celebrava, l’indomani, il dodicesimo anniversario della nuova Costituzione del Kazakhstan indipendente, e anche i funzionari di frontiera seguivano la festa. Rabbrividii, malgrado il caldo perdurante di quella serata ancora estiva. L’indomani il visto kazako sul mio lasciapassare sarebbe scaduto; se avessi assecondato la stanchezza della Cavalletta, indugiando una notte in più in terra kazaka, saremmo risultate clandestine, benché in prossimità della frontiera. Forse saremmo dovute tornare ad Almaty, o ci avrebbero fatto pagare una multa. Magari m’avrebbero rispedito in Europa col primo volo, senza la Cavalletta. Eravamo passate dalla terra dei Kazaki alla Cina, quel dì, quindici minuti prima che il confine chiudesse per quattro inesorabili giorni.
Pure Galimzhan non sapeva, e arrivò tardi. Non sembrava questione di lasciapassare, per lui, bensì di denaro. Ne aveva poco, e non poteva permettersi un albergo dignitoso, da solo, per quattro notti.
 

Il sonno di Galimzhan

data: 2008-01-23 00:41:36
- La vostra borsa…dov’è? chiesi al giovane nel russo idioma, quando ci accomodammo nella stanza della locanda. Capii che doveva esserci un deposito per i bagagli sulla frontiera; per qualche strano gioco della sorte, il suo bagaglio era rimasto prigioniero del confine, e lui stesso chiuso nella terra dei cinesi con i soli abiti che aveva indosso.
Quando finì di fumare, Galimzhan rientrò nella camera.
Uscii dalla sala da bagno con quel lacero vestito blu a fiori che ancora perdurava nelle mie sacche da viaggio (vedere il blog “I turbamenti di Dodamante a Baku”). Ricordo che mi sentii trafitta da quegli occhi, e una morsa d’imbarazzo mi prese sul fondo dello stomaco. Entrò in bagno, e respirai. Vi rimase a lungo. Ancora oggi, nel convento, quando le onde di questo lago si fanno turbinose, e la notte ci inghiotte con l’ansimare dell’acqua in tempesta, ricordo l’ansia che mi prese ad ascoltare quello sciabordio che proveniva dalla sala da bagno della locanda cinese.
M’infastidiva, quella vicinanza forzata; non ch’avessi paura del giovane kazako. Era piuttosto il timore d’una mia pulsione che stentavo a riconoscere, di cui ebbi coscienza appieno solo al mattino, quando aprii gli occhi sul corpo nudo che m’era accanto. Allora compresi, e in un attimo mi figurai tutti i possibili scenari di quella strana alba di Khorgos. Volli fotografarlo, inconsapevole e bello, nel lenzuolo che disvelava la sua erezione. Allungai il braccio verso la sacca che conteneva l’apparecchio fotografico; si girò allora, ancora avvinto dal sonno, e mi nascose il membro. Il tergo bruno che mi rivolse, nei movimenti scomposti del risveglio, mi turbò anche di più. Era ormai tardi per prenderlo in foto; aprì gli occhi, e fui io allora a girarmi sul fianco, per non doverne subitamente incrociare lo sguardo.
 

Notte nella locanda

data: 2008-01-23 00:44:52
Nell’oscura sala da bagno, Galimzhan aveva lavato e appeso tutti gli abiti che portava con sé. Uscì infine nella stanza, i fianchi avvolti nel telo della locanda. Si sedette sul letto. Convulsamente mi concentrai nella scrittura.

- Shto pishete? mi domandò a bruciapelo.
- Scrivo la storia del mio viaggio con la bicicletta, risposi. Volle sapere quali paesi avessimo attraversato, e dove fossimo dirette esattamente. Non potei continuare a rivolgergli la parola senza alzare lo sguardo. Puntai i suoi fianchi, ancora fasciati dal telo da bagno della locanda. Il vecchio drappo era macchiato di rosso; forse ruggine, forse sangue. Glielo mostrai.

- Sdies, eta nie cista! dissi, con piglio disgustato.
- Sono solo vecchie macchie, rispose. Ma si fece perplesso, e rientrò in bagno.

Ne riemerse quasi subito. Il telo da bagno era scomparso. Indossava gli slip appena lavati, ancora zuppi d’acqua. Il suo corpo sarebbe stato meno esplicito, se si fosse mostrato completamente nudo. S’accorse, troppo tardi, dello scenario che offriva alla mia vista. Ebbe un sussulto – chissà cosa si dipinse allora tra le pieghe del mio viso, e cosa ne lesse il mio giovane compagno di Khorgos.
Quel suo imbarazzo mi piacque molto. Abbassai gli occhi, e gli permisi allora di coricarsi, nudo, tra le bianche lenzuola della locanda.
 

La nostalgia dell’usignolo

data: 2008-01-23 00:48:09
Quel mattino uscimmo tardi. Galimzhan m’aiutò a sellare la Cavalletta e a trasportarla dabbasso. Al banco d’accoglienza ci resero il denaro della cauzione, giacché in Cina è così d’uso nelle locande, di pagare in anticipo per la notte e aggiungere una quota in deposito, che serve allorquando gli ospiti danneggiano qualche suppellettile ch’adorna le camere.
Scendemmo lentamente sui viali di Khorgos. Nel sole forte del mezzodì, il villaggio mi sembrò assai piccolo. Una via larga proveniva dal posto di frontiera; l’avevamo percorsa nella notte. Sui due lati v’erano alberelli, e comode e larghe piste ove vedemmo circolare tante cavalcature a due ruote. Ghalimzan volle pilotare la Cavalletta.

- Va bene, gli dissi, ma non si sputa dall’alto della sella.

Il giovane kazako inforcò la Cavalletta, e li vidi ondeggiare pericolosamente con tutto il carico. D’altezza modesta, sembrava in bilico sulla pedaliera, quel mio compagno di Khorgos; fortuna volle che, nell’attimo del caracollante avvio, transitasse l’uomo cambiavalute ch’aveva cenato con noi la sera prima. Si fermò e ci salutò con calore, consentendomi di recuperare la mia preziosa cavalcatura.
Rammento quella prima giornata di Cina con uno strano sentimento che potrei assimilare alla nostalgia. La scorsa notte, mentre scrivevo nel silenzio tombale del chiostro, il canto improvviso d’un usignolo m’ha colpito col punteruolo d’altri canti: la bella voce di Galimzhan che si levò, nell’italico idioma, contro il sole di quella mattina cinese.
 

Un biglietto per Ürümqi

data: 2008-01-23 00:51:47
Sulla via principale di Khorgos v’erano tutti i servizi necessari per i viaggiatori: banche, locande, un ufficio postale, banchetti stradali ove estinguere la sete. Ci accompa- gnammo d’attorno, senza parole, Galimzhan e me medesima, con la Cavalletta, sino all’inoltrato meriggio. Chiamò qualcuno in Almaty, il giovane kazako, con l’apparecchio telefonico che trovò sulla pubblica via. Chissà chi gli premeva d’avvisare dell’involontaria prigionia in cui versava in Cina. M’accompagnò al banco di cambio, e poi alla stazione dei torpedoni, ove intendevo acquistare un biglietto per la città d’Ürümqi, che distava più di quattrocento miglia a est. Molti s’intendevano con lui, giacché il suo idioma era di ceppo turco, come quello degli Uighuri. Vidi tuttavia, quel primo dì nel sole di Khorgos, tanti visi di Han, l’etnia dominante della Cina. Nugoli di bambini in libera uscita, e gli impiegati del banco di cambio, con cui tuttavia Galimzhan apparecchiò un discorso.
La macchina della partenza era lanciata. V’era un torpedone che partiva per Ürümqi quella sera stessa. A volte, quando rileggo le mie pagine nella luce tenue di questa cella nel convento, vi scopro una riga quasi invisibile che marca il rimpianto per ciò che non è stato. Cerco di cancellarla con i mezzi a mia disposizione, ma rispunta beffarda più in basso nella pagina, o nella pagina seguente. La letteratura mi viene in aiuto, allora: mi fornisce la conclusione che più mi piace, o quella che fa sorridere chi legge. Ma quella riga non s’estingue mai del tutto. Ghalimzhan m’aiutò a comperare il biglietto per quella sera. Uscimmo fuori dalla stazione, sulla via. L’usignolo kazako intonò un canto che mi parve straziante, benché perfettamente giusto di toni.

- Che confusioneee, sarà perché ti amo
è un’emozione, che cresce piano piano….

Mi spiegò che la cantava, a volte, nei locali d’Almaty, nelle serate che faceva per mettere insieme un po’ di denaro. Non gli chiesi se fosse a conoscenza del significato delle parole.
 

Parole comuni

data: 2008-01-23 00:53:34
Sedemmo in una locanda uighura. Galimzhan ordinò due ciotole enormi di tagliatelle con la salsa, prelibato miscuglio di pomodori, peperoni, aglio e carne di montone. Appog- giammo la Cavalletta contro lo stipite della porta, affinché fosse visibile dall’interno, con tutto il suo carico. Misi il biglietto del torpedone in una tasca aperta; ma non riuscii a perderlo.
Girovagammo un poco per la via principale (nella foto), cercando una di quelle locande ove i composimetri consentono di inviare lettere e immagini in tutti i luoghi del mondo. Mi stupii non poco di trovarla subito, tale locanda, nel piccolo e remoto villaggio di Khorgos. Prendemmo posto davanti a uno schermo, e guardammo qualche immagine.
Galimzhan s’alzò d’improvviso. Tornò dopo qualche minuto; non era solo. Una giovane donna, ne rammento solo la lunga chioma e liscia, lo seguiva a passo svelto nel locale. Mi lanciò un nome che nulla aveva di cinese. Il riposante silenzio ch’era stato mio col giovane kazako si spense. Furono parole, molte parole che corsero allora tra di loro, in quel comune idioma di kazaki che non m’apparteneva; che m’escludeva.
Rimasi sola, con la Cavalletta, in attesa del torpedone per Ürümqi.
 

Il sole del governo

data: 2008-01-23 00:56:55
Annotta oramai sul convento; la giornata è stata calma. La procella risparmia il lago da molto tempo; ma non diserta l’animo mio, quando ricordo certi incontri di quel viaggio. Mi piacerebbe, a volte, raccontare alle consorelle quel ch’annoto ogni giorno nella cella; giacché la scrittura resuscita l’ardore del corpo, ma pure la pena che nasce dall’ardore castigato. Temo però di suscitare scandalo, e d’essere messa alla porta. Al momento presente, sarebbe una sciagura: non ho altro luogo ove farmi accogliere, né reputo d’essere pronta a cavalcare di nuovo sui sentieri impervi del mondo. La Cavalletta, quanto a lei, m’ha già annunziato che non intende seguirmi, giacché ha bisogno di molto riposo. Credo che la morsa della vecchiaia la stringa, oramai, e abbia desiderio di restare al caldo nel fienile del convento. Devo dunque serbare i miei scritti con attenzione, senza farne cenno alle consorelle; a volte è un grave peso, ma tant’è.
A Khorgos vi fu ancora il giallo dell’orario. Nella Regione Autonoma dello Xinjiang vigeva ufficialmente l’ora della capitale Pechino. Ma il sole della regione non era d’accordo, giacché seguendo l’ora della capitale, su Khorgos si sarebbe levato assai tardi. Così nello Xinjiang sembravano esistere due tempi, quello del sole e quello del governo centrale, con una differenza di due ore. Il mio torpedone partiva alle sette e mezza del meriggio: quale orario avrei dovuto seguire?
Il mio orologio segnava le cinque, ora del Kazakhstan e del sole di Khorgos. A Pechino erano già le sette, e il mio torpedone si preparava alla partenza. Ve n’erano due, che sostavano nel cortile interno dell’autostazione. Mi portai davanti al primo con la Cavalletta. Vidi gli ideogrammi cinesi della destinazione; non ebbi il tempo d’esserne scoraggiata, giacché subito una scritta in caratteri arabi, lì accanto, si rivelò comprensibile al mio sguardo. Ne fui sbigottita: Ürümqi, in lettere arabe, in terra di Cina! Seppi più tardi ch’era quella la scrittura in uso presso gli Uighuri nell’ultimo ventennio, come già fu nei tempi antichi, benché vi fossero taluni cambiamenti. Nel mezzo, il governo cinese volle introdurre per loro i caratteri latini, ma questi non ebbero fortuna (www.omniglot.com/writing/uyghur.htm). M’avvicinai all’uomo che controllava i biglietti; la Cavalletta era con me, ritta sulle ruote, carica di tutto punto.
 

Le fatiche della negoziazione

data: 2008-01-23 01:00:39
L’uomo m’indicò una banconota da cento yuan, e poi la Cavalletta.
- Niet! Saltai su, come punta da uno sciame di vespe. Nella terra dei Kazaki mai m’avevano domandato del denaro per il trasporto della mia cavalcatura, e il prezzo richiesto allora mi sembrò abnorme, dacché l’umano passeggero ne pagava centosessanta.

- Eta velasipied, nie celaviek! dissi nel russo idioma, rabbuiata in viso.
L’uomo non si scompose e guardò altrove. Sentii montare una sorda furia nel petto. Presi la Cavalletta, la denudai delle sacche e la sdraiai sul pianale del bagagliaio. La legai strettamente ai puntelli di sostegno, e chiusi il portello. L’uomo terminò di caricare i bagagli degli altri, e poi mi fece un segno.
- Niet, ripetei.
Vidi quegli occhi Han stringersi un poco. Via, fece segno con le due mani. Ora la butto fuori, voleva dire. Le sette e quaranta. Capii che il torpedone ritardava a causa dell’aspra, benché semimuta, nostra negoziazione. Tirai fuori un biglietto da venti yuan.
- Prendilo, gli dissi. Prendilo.

L’uomo dapprima rifiutò, quasi sdegnato. Tutti salirono. Sudavo, la banconota in mano. Non ricordo come fu, ma alla fine il suo viso s’allargò in una strana espressione ch’avrei detto un rabbioso sorriso. Prese quei soldi; salii infine, stremata.
 

Trasporti straordinari

data: 2008-01-23 01:02:58
Sorrido, al tempo d’oggi, quando rammento quella prima ingenua contrattazione di Cina. L’uomo che mi fronteggiò dovette ben comprendere, allora, che nulla sapevo delle costumanze del luogo. Seppi più tardi ch’era prassi comune il pagamento per la mercanzia che i torpedoni portavano, per centinaia di miglia, da un borgo all’altro delle immense terre cinesi. Spesso i torpedoni viaggiavano in guisa di cargo, e mi sembrò di capire che i conduttori ingrassassero il salario con le quote versate dai proprietari delle merci. La condizione della Cavalletta era tuttavia ambigua: doveva essa considerarsi un grande bagaglio d’una modesta cavaliera in viaggio, o la grassa cavalcatura che una ricca straniera portava in terra di Cina, forse a scopo di lucro? Capii in seguito che i velocipedi cinesi non viaggiavano così facilmente, da un borgo all’altro. Nessuno ne incontrammo mai, nel ricettacolo dei bagagliai o nel vento che sferzava in alto la groppa dei torpedoni. Non v’era dunque una regola precisa, che definisse il trasporto delle cavalcature di tale specie sui torpedoni. Pertanto, ogni spostamento ebbe la sua storia, e ogni viaggio fu diverso dall’altro. Mai restammo a terra, tuttavia, sino a quando non decidemmo di tentare la via ferrata della Cina.
Il torpedone infilò una strada tra campi verdissimi e rigogliose piante di mais. Poi furono picchi montagnosi, benché non d’altissima vetta. S’approssimava l’imbrunire: la via si fece assai dissestata, e temetti per l’incolumità della Cavalletta. Nulla potevo fare, tuttavia. M’acquattai nella mia conigliera che si faceva buia. Molto ero sorpresa da quel primo autobus cinese: mai avevo visto, in quel viaggio o prima, un tale bizzarro assortimento di letti ambulanti a doppia altezza. Il mio era nel basso, e in verità mi parve straordinariamente comodo.
 

Segni nell’oscurità

data: 2008-01-23 01:07:37
Sulla moquette del torpedone si poteva accedere solo a piedi scalzi. Il conduttore fornì a tutti i passeggeri un sacchetto di plastica ove riporre le proprie calzature. Ciascuno prese posto in una piccola ottomana, accessoriata di tutto punto per il sonno. Distesi infine le membra; la tensione di quel primo trasporto in terra di Cina si sciolse.
Vidi allora sfilare i campi e le montagne nel crepuscolo arioso, mentre m’abbandonavo al languido torpore che quel letto ispirava. Il buio prese infine la semovente locanda, giacché non v’erano lumi a rischiarare le singole ottomane. Volli scrivere ancora, e accesi il lume a torcia che sempre era riposto nella mia sacca. Fu breve, tuttavia, il tempo che potei consacrare alla scrittura; giacché lo stomaco languiva, la via restava impervia e la mano tremava sulla pagina oscura.
Ci arrestammo infine ove il buio si rischiarava all’improvviso. V’erano altri torpedoni in sosta, e una tettoia brulicante di festoso clangore riparava dalla notte decine d’avventori. Mi rintanai nell’angolo più fosco e con la torcia illuminai il terreno. Trovai le tracce umide d’altri passaggi, e vi lasciai la mia. Toeletta non v’era a bordo.
Mi ricongiunsi alla festante orda. Mangiai, e non ricordo d’aver pagato. Due uomini mi si fecero accanto; visi non avevano di Han.

- Where are you going? M’interpellò il più alto.
- Ürümqi, risposi.
- Very good, we too! concluse l’altro.
L’uomo più piccolo scribacchiò qualche ideogramma su un pezzo di carta.
- Noi andiamo qui. È una buona locanda.

I due uomini ripresero la via. Il loro torpedone partì, da quel bivacco, prima del nostro. Quando infine ci rimettemmo in strada, la Cavalletta sempre nel vano dei bagagli, sentii il corpo di Galimzhan nella mia alcova che rollava, ed ebbi un fremito. Ne venne un sonno fondo, da cui riemersi all’alba nell’autostazione della grande città. Ora che’l muro del convento si fa chiaro, e l’intero della mia storia cinese s’è compiuto, so per certo che quell’incontro notturno sulla via d’Ürümqi, nel bivacco, fu un segno della provvidenza. Fossi stata pagana, v’avrei visto il segno della benevolenza degli dei per il mio viaggio.
 

Note tecniche

data: 2008-01-23 01:08:46
1 euro = circa 10 yuan renminbi (sul confine tra Kazakhstan e Cina sono stati cambiati dollari. Per informazioni aggiornate sul cambio, consultare: www.viaggiatori.
net/turismoestero
/Cina/moneta).

Molti alberghi sono disponibili a Khorgos. Il costo è variabile, intorno ai 100 yuan per una stanza doppia con bagno in un albergo economico.

Nella foto: cavalcature in sosta nella via principale di Khorgos.
 
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