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Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Turpan, la dolce depressione delle viti

La rinascita della Cavalletta

Blog di DODAMANTE del 2008-02-24 18:27:14
Leggi gli altri blog di DODAMANTE sul giro del mondo in bicicletta
 

Piani olimpici

data: 2008-02-24 18:30:27
Grande paura nella stazione dei torpedoni, a sud d'Ürümqi. M'hanno fatto sdraiare su un'enorme macchina che inghiottiva borse e valigie, ci sono entrata di misura. Ho avuto paura: non tanto per quel tunnel nero che m'ha inghiottito, bensì per il fatto che mi sentivo scivolare su un terreno semovente. Ho provato a puntare le ruote, ma niente: quel nastro m'ha preso. M'ha sputato fuori quasi subito, per fortuna. Dodamante m'ha rimesso in piedi, mentre ancora scuotevo le ruote come un albero in preda al vento. Tuttavia, lì a un dipresso, sostava un torpedone vuoto di genti e di bagagli. Il conduttore ha fatto cenno alla mia cavaliera: sono stata adagiata con delicata premura nella stiva. Dodamante e Mister Oregon m'hanno legata bene ai sostegni, il portellone s'è chiuso. Ho compreso pure che, codesta volta, non avrei gravato per nulla sulla borsa di Dodamante, giacché il conduttore non ha preteso denaro per il mio trasporto; la qual cosa m'ha reso felice. Ho potuto infine distendere i copertoni e abbandonarmi al sonno, giacché la strada sembrava ottima, senza rollìo, e nella stiva avevo tutto lo spazio necessario. Sapevo però che il viaggio non sarebbe durato a lungo, giacché il borgo di Turpan distava all'incirca cento miglia. Nel dolce sopore di quel viaggio, col fanale incollato alla fessura del portello, ho potuto sbirciare il deserto e le alture rocciose in lontananza. Il torpedone marciava quasi a passo di bicicletta; ho veduto pure qualche cartello che ricordava Beijing 2008, credo si riferisse ai grandi giochi olimpici venturi. Ho sperato allora che Dodamante mi portasse a vederli, soprattutto nel turno delle mie simili; sapevo tuttavia che quei giochi tanto prossimi non erano. Ho concepito allora un piano: avrei ritardato il più possibile la nostra cavalcata cinese, affinché arrivassimo a Pechino al tempo dei giochi.
Ho potuto guardare ancora, da quella fessura, i grandi campi brulli ov'erano piantati gli alti piloni che prendevano il vento nelle pale. Abbiamo cominciato poi a scendere, nel dolce pendìo che terminava all'oasi di Turpan.
 

Una bici da locanda

data: 2008-02-24 18:32:50
Sapevo che saremmo giunte in una specie di grande fossa arroventata: Turpan giaceva 154 metri sotto il livello del mare, benché da esso lontanissima. Ma ecco il cielo gravido di cirri, la pioggia a gocce sparse. E dire che Dodamante m'aveva preannunciato una solenne galoppata nel caldo torrido dell'oasi, ove non piove che una volta ogni dieci anni... comincio davvero a non fidarmi più della mia cavaliera. Forse m'ha portato altrove, oppure non era bene informata. E ancora, invece di cavalcarmi, come promesso a Ürümqi, ecco che mi conduce nella stanza oscura d'una locanda, ove mi lascia ai piedi del giaciglio che s'è scelta, accanto a una finestra che dà su un cortile. Ho avuto il tempo di lanciare un colpo di fanale a quegli strani cappellini che portano gli Uighuri, alle loro grandiose motociclette di cui mi sono innamorata in un istante. Ho fatto solo pochi metri, con le mie proprie ruote; la locanda era là, dietro l'angolo della stazione dei torpedoni. Dodamante e Mister Oregon hanno mollato tutto nella stanza, me compresa, e sono usciti senza tanti complimenti. Bene, se la vedrà con me. Se non mantiene la parola data, le farò la guerra. Oppure me ne andrò con qualche cavaliere cinese che mi aggrada: non ho che da scegliere.
È tornata a notte fatta; era sola. Le ho rivolto la mia ruota posteriore, ma ho sbirciato di sottecchi, dietro al parafango che mi sostiene il fanale. Sembrava preoccupata.

- Domani ti prendo tutto il tempo, m'ha detto per blandirmi; non le credo, ma non ho voluto interloquire in nessun modo. Indi è uscita di nuovo. Qualche pensiero l'affligge di certo: ha persino dimenticato, sul giaciglio a me vicino, il taccuino ove è solita segnare gli eventi del viaggio.
 

Il cavaliere di Portland

data: 2008-02-24 18:41:00
«Sembra una persona serena, semplice. Lavorava per un'impresa di marmi, la sua ex moglie vive in Alaska. Viene da Portland, città universitaria dell'Oregon. Dev'essere un borgo abbastanza verde, pieno di biciclette». Cancellatura. «Osservando due velocipedi in sosta davanti al John's Café, ha detto che gli piacerebbe importare bici dalla Cina nella sua città, per gli studenti universitari. Al tavolo ove abbiamo consumato quegli ottimi spiedini d'agnello, mi raccontava dell'America pacifista che ancora esiste...» (www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Luglio-2007/pagina.php?cosa=0707lm16.01.html).
Sento una voce che pare quella di Dodamante. Con chi parlerà nel britannico idioma, in codesta locanda di Cina, in tale borgo ove vivono gli Uighuri? Immaginai che fosse l'uomo biondo, un po' corpulento, che con noi era venuto quivi, da Ürümqi. «Cercando l'augusto minareto d'Emin, quest'oggi nel meriggio, ci siamo spersi tra le vigne. L'intera economia dell'oasi si fa attorno all'uva: ve n'è di bianca e di nera, buonissima, e pure enormi acini – grandi come uova di quaglia – d'uva scura, dal sapore di fragola. La nera, però, non l'ho veduta nei campi, solo sui banchi del mercato. Caldo, dolce caldo secco...». La porta della stanza s'è aperta con un tonfo secco. Dodamante rientrava, sola. Sembrava ancora inquieta.

- Mister Oregon è scomparso, ha detto, gettando uno sguardo desolato al piccolo letto vuoto addossato alla parete del bagno.

Non ho saputo trovare nulla di buono da controbattere. Ho lasciato ondeggiare le sacche che tenevo ancora addosso, e Dodamante mi s'è avvicinata per sostenermi.

- Il mio quaderno! ha esclamato, raccogliendo il taccuino che giaceva accanto al mio fanale, dischiuso ancora sulla pagina del giorno che si spegneva.
- Credevo di averlo perduto.

Sapevo quanto temesse la perdita degli oggetti che rendono memorabili le occasioni del viaggio. Malgrado il mio sentimento rancoroso, fui infine lieta che tale ritrovamento potesse, in qualche modo, alleviare quell'ansia d'altra e più grave mancanza: la disparizione del cavaliere di Portland.
 

Oscuri presagi

data: 2008-02-24 18:46:58
Dodamante si gettò infine sul giaciglio, affranta. Non ha neppure il ritegno che le permetta di consacrarsi alla scrittura, pensai preoccupata.

- Domani ti prendo dalla mattina, disse la mia cavaliera, sospirando. Sempre che non sia accaduto qualcosa di molto grave.

Mi spiegò allora che, nel meriggio nuvoloso di Turpan, s'era inoltrata col cavaliere di Portland nella vivida campagna attorno al borgo, alla ricerca dell'antico minareto d'Emin. Era costui un eroico generale che s'onorò di tale costruzione nell'anno 1777; presto fu terminata dagli architetti uighuri, benché Emin Hoja molto non ne godesse, giacché morì sei mesi dopo tale compimento. Il minareto era splendidissimo, così mi disse la cavaliera, benché di semplice fattura: mattoni seccati al sole svettavano nel cielo grigio, innalzando morbide geometrie ed essenziali decorazioni che s'impennavano, d'un tratto, nel mezzo delle vigne. A Bukhara, aggiunse, v'era un minareto di simile decoro ch'avevamo veduto assieme, benché fosse, quello, nel mezzo del grande e antico borgo.
V'era quivi, accanto al minareto d'Emin, pure una moschea assai vuota e oscura, e molte tombe silenti e deserte, che Dodamante aveva scoperto al fare della sera. Uno strano presagio l'aveva accompagnata, in tale cimitero; s'era aggirata, inquieta, tra le tombe, lasciando che la luce del dì vi si spegnesse. Il cavaliere di Portland l'attendeva di fuori, giacché il sito richiedeva il pagamento d'un pedaggio, e l'uomo non aveva forte interesse per le architetture d'Islam.
Quando la cavaliera s'era infine riaffacciata oltre l'alto portale, che sbarrava il passo al visitatore senza permesso, le bottegucce avevano ritirato la mercanzia, e i rari torpedoni disertavano il piazzale. V'era una strada che di là si dipartiva; a malapena si scorgeva, oramai, nell'ombra lunga della sera. Una giovane Han, che commerciava i lasciapassare pel sito, scortò Dodamante su di una camionetta sino al borgo di Turpan, a una spanna dalla locanda ov'ero rimasta confinata quel dì. Il cavaliere di Portland non era apparso; nessuno l'aveva visto aggirarsi, attorno al minareto. Non v'era traccia alcuna, di lui, nella ricezione della locanda.
 

Libri e pesci rossi

data: 2008-02-24 18:55:03
Dodamante raccontava di quella strana scomparsa, mentre allungava le membra sul giaciglio. L'ho invitata a ripercorrere i fatti del meriggio, col veicolo della fresca memoria, affinché potesse trovare un indizio, un segno che sciogliesse l'arcano.

- Dopo il desinare, avrei voluto prenderti subito, mi disse la cavaliera. V'erano molte cavalcature a solcare le vie, e sapevo che m'aspettavi, quivi rinchiusa. Quel cavaliere americano, tuttavia, non mostrava di volersi provvedere d'alcun velocipede. Mi dispiacque assai; ma infine partii a piedi, con lui, tra le vigne dell'oasi.

Dodamante ha sbadigliato, e la sua voce s'è fatta un bisbiglio d'impercettibile spessore.

- Dapprima v'era un lungo pergolato, a coprire il viale ove la gente s'intratteneva passeggiando. V'erano pure banchi che traboccavano di libri; benché nulla potessi leggere, ne fui intrigata, e m'arrestai sovente a rovistare tra i volumi. Passammo una moschea con quattro minareti. Poi, non ricordo bene... ci siamo ritrovati tra edifici nuovissimi, pareva una bella edilizia popolare... v'erano canali artificiali pieni d'enormi pesci rossi, uno stagno tutto ricoperto di grosse ninfee. Il cavaliere di Portland sembrava assai eccitato, da quei pesci. S'è arrestato più volte, d'intorno ai canali, per immortalarli.
 

I misteri dell'uva

data: 2008-02-24 18:58:49
La cavaliera s'è alzata, giacché doveva terminare la toeletta della sera. Era oramai trascorsa da tempo la mezzanotte, ed ella pareva più che mai inquieta.

- Ci siamo infine addentrati tra le case rurali dell'oasi. Il borgo m'è parso assai minuto, voglio dire la moderna cittade; all'opposto, molte dimore v'erano, disseminate tra i terreni. Ogni dimora sembrava possedere un largo cortile, riparato da un pergolato o da una semplice tettoia piana, fatta di travi e sterpi. Quivi abbiamo veduto l'uva bianca stesa a seccare, in gran filari d'alta sponda (foto più in basso), e donne uighure che molta a noi ne hanno donata, e giovani cavalieri che si pavoneggiavano su velocipedi brillanti. Avrei proprio voluto...

Dodamante m'ha accarezzato sulla canna. Aveva indossato il pigiama. Ho compreso che cercava di tirarla lunga, sperando che il cavaliere ricomparisse nella stanza della locanda. Ho apprezzato, tuttavia, quel piccolo gesto affettuoso. E ho sentito sciogliere il rancido afrore che mi pervade i raggi, quando mi pare che Dodamante non si curi di me, lontana nell'etere dei suoi pensieri che m'escludono.

- Il cavaliere americano pareva allegro, tra quei bambini uighuri. Ve n'erano sui sentieri tra le vigne, sui tetti delle case; due giovani prestigiatori ci hanno mostrato l'arte del gioco coi piccioni. S'aprivano, alle volte, splendidi portali decorati, a celare l'alcova dei cortili. Transitavano pure rari carretti, al seguito d'una cavalcatura o d'un motore, pieni d'umano carico e di fronde verdi. Pare che l'uva sia arrivata quivi, nell'oasi, duemila anni orsono, così ho letto. Gli abitanti dell'oasi vi pagavano i tributi all'imperatore cinese, ch'era a Chang'an, ch'al giorno d'oggi s'appella Xi'an, un grande borgo nel centro della Cina. Vi andremo...
 

La lunga attesa

data: 2008-02-24 19:01:41
Divagava, o forse già sognava. L'ho sentita blaterare di certi “capezzoli di giumenta”, mi pare parlasse ancora d'uva, d'uva lunga. Poi la sua voce s'è spenta. Il chiarore del lume non s'era estinto, tuttavia. Uno schiocco è venuto dal corridoio della locanda. Ho alzato il filo del freno; ma un secondo rumore, di porta sbattuta, ha sancito la vanità dell'attesa. Doveva essere l'occupante della stanza accanto che rientrava. Dodamante s'è rianimata per un attimo.

- Siamo giunti al minareto. Il cavaliere di Portland ha preferito aggirarsi nelle campagne, ancora, mentre visitavo il sito. T'attendo fuori, m'ha detto. E così non l'ho più veduto.

Parlava rapidamente, per frasi secche. Succede agli umani, mi pare, quando lottano col sopraggiungere del sonno. Mi spiegò infine ch'era rientrata rapidamente, sperando di trovare un messaggio del cavaliere nella ricezione della locanda, o nella camera. Ma più nessuno ne aveva notato il passaggio, quel dì. Quindi era sortita di nuovo, dimenticando il taccuino sul giaciglio.

- Ho ricordato infine che voleva assistere a una serata di danze uighure, in una locanda poco lontana dalla nostra. Vi sono andata. V'erano danze e musica, ballerini apparecchiati d'abiti tradizionali, e molti avventori. Quel cavaliere non c'era. Ho cenato infine, sola, con spaghetti assai piccanti.

Dodamante ha spento il lume.

- Se non torna, domattina cerchiamo l'ufficio della polizia.

Nelle ore piccole della mattina, la porta della stanza s'è aperta con discreto fragore.
 

Una falsa partenza

data: 2008-02-24 19:05:08
Intorno all'alba, il cavaliere di Portland è uscito nuovamente dalla locanda. Segno niuno ha lasciato, per noi, che potesse spiegare la sua misteriosa scomparsa. E dell'idee per stamane, ugualmente, nulla ha voluto lasciarci scritto. Davvero non valeva tanta pena, ho pensato, mirando Dodamante che si levava dal giaciglio, insonnolita.

- Andiamo, ora, ha proferito sbadigliando.

Siamo uscite in una luce incerta, un po' annebbiata. Di nuovo ho pensato che quell'oasi fosse un po' bislacca, con quel cielo grigio e tutte quelle viti, e pioppi, al posto delle palme. Abbiamo cominciato a galoppare per una strada lunga e diritta; il panorama non era strabiliante, in verità. Dopo un paio di miglia, la strada bruscamente finiva su di un largo vialone autostradale, del quale molto ebbi paura. Non v'era punto traffico, a dire il vero; ma sempre – dal tempo delle spaventevoli avventure d'Istanbul (vedere il blog «Istanbul, balcone con vista sui grattacieli») – ho cercato d'evitare tali percorsi, ove le cavalcature mie simili rischiano grosso: giacché quivi i motori si fanno grassi del loro rombo e quasi ci scherniscono, per l'indolente lentezza che ci guida. Dodamante pareva incerta sul da farsi.

- Andiamo nel villaggio di Tuyoq, sono circa trenta miglia. Te la senti?

Mi si sono rizzati tutti i raggi, e mio malgrado ho stretto i freni, quasi disarcionando Dodamante. Giammai avrei potuto battermi, per trenta miglia, sulla pista dei motori.

Tornando verso la locanda, Dodamante ha scorto un bel mercato di legumi. Zucche e zucchette, patate cipolle e cipolline, peperoni e peperoncini, carote gialle e arancio, insalatine e melanzane dormivano sui banchi, o su vecchie brande sottratte agli umani. V'erano d'intorno cavalcature d'ogni specie; ho compreso che la mia cavaliera m'avrebbe lasciato ancora sola stamane, nella locanda, e intendeva offrirmi qualche istante di colorato convivio coi miei simili, prima di confinarmi nuovamente nel buio della stanza.
 

La rinascita della Cavalletta

data: 2008-02-24 19:08:25
Così è fatta la mia vita di velocipede: corro sulle piste del mondo con gioia estrema, quando la fettuccia dell'asfalto, o della terra, s'offre libera e senza asperità alle mie ruote. Talora mi trovo in compagnia d'altre cavalcature che molto m'aggrada affiancare, specie quelle che sono provviste di ruote alle mie simili. Alle volte mi figuro d'essere un carretto, che di ruote ne ha quattro, quando un'altra cavalcatura s'attaglia assai bene alla meccanica mia. Ho diverse paure, tuttavia, ma credo sia normale per un velocipede della mia fattura: che mi si rompano i freni ad un incrocio, che un inerme pedone mi si butti sotto, che un trasporto malsano mi danneggi le corone. Non temo il buio, benché non abbia fanali assai potenti, né la pioggia. Mi rattristo quando sono confinata nell'ombra, nel vano stagnante d'una cava; lo sopporto tuttavia, se chi mi conduce sa ispirarmi la fiducia necessaria affinché io possa credere che si tratti di un'attesa temporanea, a cui presto cavalcate nuove seguiranno.
Dodamante è tornata a prendermi verso le quattro del meriggio. Pareva davvero su di giri; ne sono stata lieta, infine. M'ha spinto in strada, e non era la stessa direzione ch'avevamo preso al mattino.
La via s'inoltrava diritta tra campi coltivati. La pedalata schietta della cavaliera, e il sole – che pure s'allargava in tiepido splendore – m'accarezzavano senza fallo; un'indicibile tremore di puro godimento, l'entusiasmo d'essere rinate al sole, all'aria del giorno, al verde di quella larga campagna di Cina, hanno saputo annichilire la depressione della mia attesa nella locanda. D'un tratto, una cavalcatura silenziosa come una libellula ci s'è affiancata.

- Jiaohe?

Quella giovane cavaliera Han ha detto qualcosa a Dodamante, e ci ha preceduto con il soffio elettrico del suo insetto a ruote. Ha infine svoltato a manca, facendo a noi un segno. Andate diritto di là, questo voleva dire. Cinque miglia a ovest del borgo, ha aggiunto Dodamante rivolta alla mia canna, te la senti?
Schizzai via sulle ruote, felice.
 

Il fiore sul taschino

data: 2008-02-24 19:10:30
Pedalavamo a dolce ritmo sulla strada che conduceva alle antiche rovine di Jiaohe. Avrei desiderato ottocento miglia di cotale andatura, in quella soave ora del giorno, in siffatto sublime silenzio di campagna. Dodamante tuttavia non si teneva dalla voglia: nel villaggio di Tuyoq, quel dì, aveva assistito a tali meraviglie da riempire centinaia di miglia di pedalata. Ho dovuto così prestarle tutta l'attenzione delle mie antenne-freno, e al tempo medesimo concentrarmi sulla via; compito non troppo arduo, in verità, giacché pochi veicoli vi transitavano, e io pure ero curiosa di sapere cosa avesse visto quella mattina al termine dell'autostrada che tanto m'aveva impressionato. Il suo racconto m'è parso incongruente; ne ho ritenuto qualche frammento che, messo insieme, lascia dei vuoti ch'ancora mi parrebbe opportuno di colmare. Giacché spesso indossa, mentre mi cavalca al dì presente, quelle petites culottes dal fiore sul taschino che ivi comperò; Tuyoq! esclama con un sorriso, quando m'inforca e si dà quell'occorrenza. Lo fa, io credo, perché possa rimembrare con lei le dolci cavalcate nell'oasi, e meglio io riesca a sopportare la prosa dei percorsi che si danno, allorquando il grande viaggio si conclude e la cavalcatura torna ad impegnare le vecchie e usate piste.
Tuyoq! V'era andata infine con uno stretto torpedone degli Uighuri. La tremebonda autostrada subito s'era estinta. La via che n'era seguita si prestava al transito delle cavalcature della mia specie; ma era tardi, oramai, per correre a riprendermi.
 

Centaure uighure

data: 2008-02-24 19:15:41
- V'era a manca un'enorme montagna che profilava la strada; l'ho ritrovata pure alle spalle del borgo di Tuyoq. Credo che siano nomate Montagne fiammeggianti, giacché splendono nel sole come lingue di fiamma... ma vi sono pure molte leggende... cioè stamane non splendevano affatto, giacché il cielo era offuscato. La donna che m'era seduta accanto, sul torpedone, portava dei pani larghi in una borsa, un profumo sublime di forno.

Il racconto di Dodamante s'è interrotto alquante volte; sembrava cercasse qualcosa nei campi, sui due lati della via che conduceva a Jiaohe. Ho compreso che la donna del pane le aveva indicato ove sbarcare dal torpedone. E che, per prima cosa, la cavaliera s'era seduta al desco apparecchiato nel cortile d'una locanda uighura; in compagnia di molti uomini, s'era nutrita d'ottime tagliatelle dalla salsa appetitosa. A un crocicchio, aveva inforcato a piedi un cammino lungo tra le case; poi, d'improvviso, la storia di Tuyoq saltava alle pendici del monte, laddove due centaure avevano perduto del denaro dirimpetto al santuario del primo uighuro musulmano (nella foto, a destra). Ehi!, s'era sbracciata Dodamante. Le donne avevano arrestato il rombante triciclo a motore; l'avevano lasciata salire sul pianale del retro, ov'erano masserizie e due bambini.
La cavaliera aveva fatto per restituire le banconote raccolte sull'asfalto, ma quelle avevano scosso la testa.

- Si trattava d'una specie di voto, chiaro... avrei dovuto capirlo da sola. V'erano pellegrini, al santuario, pare che sia come una piccola Mecca per gli Uighuri. Mi sono arrampicata sulla nuda roccia: era tutto così caldo, così aspro. Quelle piccole architetture di mattoni cotti al sole... parevano infilarsi nella roccia del monte, quasi ne fossero nate, spontanee e incredibili concrescenze.

Le donne l'avevano condotta sul triciclo per un lungo tratto, indietro, sulla via che Dodamante aveva già percorso a piedi, cercando il santuario. S'erano fermate in prossimità d'un mercato in piena animazione. Quivi la cavaliera aveva acquistato le culottes dal fiore sul taschino. La venditrice le aveva dato il resto: s'era alzata la veste, tranquillamente, pescando qualche banconota da quel taschino nella calzamaglia che l'inguainava.
 

Le risonanze di Tuyoq

data: 2008-02-24 19:19:29
La strada per Jiaohe ora divallava, il sito doveva essere assai vicino. Tuttavia cercavo ancora di figurarmi quelle donne, quei taschini – Tuyoq! – e quello strano mondo degli Uighuri di Cina, di cui mai avevo sospettato l'esistenza. Nel racconto di Dodamante, pur così frammentario, leggevo l'insospettabile mosaico d'etnie che animava l'immenso pianeta cinese. E scoprivo, prima dei templi del Buddha, le innumerevoli moschee ch'erano ivi, vecchie e nuove, talune divelte all'epoca della Rivoluzione culturale e di recente rinnalzate. D'istinto mi piacevano, quelle donne e quegli uomini uighuri, i loro cappellini, le loro cavalcature a ruote. Ancora al dì presente, erano di certo loro a dominare nel numero, in quella depressione nel deserto. Tuyoq! Tale piccolo borgo di campagna (nella foto) molto era piaciuto alla mia cavaliera, infine; era tutto così semplice e un poco aspro, ha concluso. Alle volte, certi lochi entrano in risonanza con la trama sottile delle fibre degli umani: questo ho compreso infine, giacché quei lochi esprimono delle forze vive che bene – o affatto – s'accompagnano ai diversi tessuti d'umore che fondano l'umana natura. Dodamante a Tuyoq assomigliava; non poco ho provato meraviglia, dunque, che fosse tornata così presto a prendermi nella locanda. Credo che si sentisse un poco triste per non avermi condotto con sé, stamane, e abbia voluto offrirmi infine la passeggiata a lungo promessa.

- Le dimore di Tuyoq sono simili a quelle rurali di Turpan, certo... tuttavia ho potuto vedere che molte hanno sopra come una piccionaia dalle pareti forate: sono i cellai ove si secca l'uva, credo. M'è parso che, a Turpan, essi siano piuttosto sparsi nelle campagne, quando l'uva non secca nei cortili delle case. E le moschee... ve n'era più d'una, a Tuyoq, a parte il santuario. Belle, di semplice fattura... sono potuta entrare, salire sui tetti, ho guardato da vicino i minareti. In una v'era il muezzin, che dal tetto chiamava alla preghiera: un uomo piccolo, un po' afono. M'ha veduto lì sotto, nel cortile, avevo testa e braccia nude. Pensavo mi scacciasse.
 

A gesti in moschea

data: 2008-02-24 19:21:37
La discesa verso Jiaohe si fa ripida, Dodamante m'attanaglia i freni. Non noto dispiegarsi d'antiche rovine.

- M'ha fatto un cenno. Certo non sapevo quale idioma impiegare, con quell'uomo; poco mi ricordavo, di turco. Ho indicato i miei occhi, e poi d'intorno, nella moschea. Un suo gesto m'ha aperto allora ogni via: la terrazza m'era accessibile, e la sala di preghiera ch'era in un loco sotterraneo. Basso il soffitto, da massicce colonne sostenuto, due uomini vi si raccoglievano in silenzio, inturbantati di bianco. Sono rimasta qualche istante, in pace.

La strada per Jiaohe termina bruscamente sul piazzale d'un parcheggio per i veicoli a motore. Diversi torpedoni sono in sosta; non vedo cavalcature mie simili.

- Il muezzin uighuro m'ha fatto un altro gesto, di saluto. Sulla via, poco lontano, un uomo intabarrato trascinava i suoi stracci sul selciato (foto sotto). Strana apparizione, in quel borgo di campagna. Giacché solitamente ci si aspetta di trovare folli e indigenti sulle strade di città. Forse si recava al santuario.

Dodamante s'è fatta accosto all'ufficio dei lasciapassare. Due ore ancora, e l'antico borgo di Jiaohe avrebbe sbarrato il passo ai visitatori, per quel dì.
 

Devozione per tutti

data: 2008-02-24 19:26:20
- Tutta quella profusione di moschee, e il santuario, m'hanno fatto dimenticare d'essere in Cina. V'erano pure, più in alto sulla montagna, antiche grotte consacrate al Buddha. N'ero a conoscenza, in verità; ma sul momento m'ero presa d'emozione per le meraviglie del borgo uighuro, e le ho mancate. Certo è che, in codesto paese della nuova Cina, la religione musulmana mi pare viva. Tuyoq! Ho letto da qualche parte che, negli ultimi vent'anni, la religione sta tornando ovunque a essere praticata in Cina, giacché sono finite le persecuzioni. Purché le chiese, tutte, obbediscano all'autorità politica centrale. La religione non più da abolire ma da governare, affinché aiuti lo Stato a inculcare la devozione di tutti per l'unità nazionale. Questo...

Non ho mai saputo cosa Dodamante avrebbe voluto aggiungere, a quel discorso. Ho sentito le mie valvole sbuffare un poco. Mi prende per l'uditorio d'un simposio, talora, quando non ha un interlocutore umano che possa darle ascolto.
Ci hanno fatto entrare nel sito. La cavaliera m'ha infine legato alla barriera di metallo che segnava l'ingresso a Jiaohe. Torno presto, m'ha detto con il triste languore dell'abbandono forzato. Sapevo, ahimé, che non m'avrebbero permesso d'accedere a quel sito riservato alle passeggiate degli umani. Mi sono disposta all'attesa, di buon grado.
Assai più tardi, durante il viaggio, in un altro di quei simposi a me indirizzati, Dodamante m'ha mostrato un libro verde ch'aveva appena acquistato. «Islam in China», v'era marcato sopra. Avevo allora perduto il mio unico fanale; tuttavia i sensori delle mie antenne-freno erano ancora assai efficienti, e ho potuto così ritenere le informazioni ch'ella mi leggeva. V'era scritto pressappoco questo: che l'Associazione Islamica di Cina avrebbe motivato l'Islam ad adattarsi alla società socialista, si sarebbe opposta fortemente al separatismo etnico e all'estremismo religioso, e avrebbe dato il suo pur piccolo contributo all'armonica unione della madrepatria.
 

Tra i fiumi

data: 2008-02-24 19:30:23
Quella città antica doveva essere straordinaria di forme e d'estensione; dacché il racconto che Dodamante ne ha prodotto, sulla via del ritorno, aveva assai di mirabolante. M'è sembrato che volesse colmare, nuovamente, la mia forzata assenza con il vigore delle sue descrizioni.

- Ho dovuto fare in fretta, un peccato... ho forzato il passo su di un tracciato perfetto, che segnava la via ove muoversi. V'erano ovunque cartelli: non salire, pericolo, non entrare. E spiegazioni, e tempi di percorrenza, in cinese, uighuro e britannico idioma. Era tutto così splendidamente apparecchiato da sembrare irreale. Pochi, pochissimi visitatori, e quasi tutti in gruppi. Quando infine ho voluto trasgredire le consegne dei cartelli, s'è spalancata a me davanti, maestosa e verdissima, l'ampia valle del fiume ove tu m'attendevi. V'erano ancora pioppi, e filari di viti, e altri appezzamenti. La drammatica intensità di quella gola verde m'ha preso, e un subitaneo stupore m'ha distolto a lungo dalla via segnata. Così ho dovuto correre per arrivare in fondo alla città, giacché il sole declinava; quivi s'ergeva la secolare imponenza dei templi, e d'altri segni, che di Buddha celebrano l'eccellenza. T'avessi avuto, su quel vialetto esangue! Avrei con comodo tutto visitato, senza affrettarmi, di quell'antico borgo, che fu dapprima una guarnigione di soldati cinesi della dinastia Han. L'abbandonarono nel secolo quattordici; la vera ragione resta ignota.

Certo è che non aveva molto compreso, Dodamante, della storia di quel sito: giacché poco ne sapeva, allora, delle dinastie cinesi (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm) e delle loro costumanze. Il borgo di Jiaohe innalzava le sue maestose rovine su di un terrapieno, formato dalle gole scavate da due fiumi che quivi confluivano. Ero rimasta, in attesa, presso uno dei fiumi: per quanto avessi sforzato il mio fanale, giacevo troppo in basso per capire la struttura della città, i suoi nodi centrali, la complessità delle sue architetture. Con i miei propri mezzi, ho potuto cogliere solo la luce: il cielo s'offuscava d'ombra e di cirri, e il giallo solido di quel sole ancora estivo sembrava perdurare sul caldo bruno delle murature. Ho capito tuttavia che il sito era assai grande, e che Dodamante non sarebbe tornata presto. È ricomparsa quando quel giallo s'era ormai estinto; la via del ritorno s'immergeva nel buio. Era a noi già nota, tuttavia, e non m'è parsa ardua. La schietta cavalcatura d'una giovane centaura ci ha oltrepassato d'un tratto, sventolandoci accanto la macchia rossa del suo vestito. All'ingresso del borgo di Turpan, la notte s'è infine illuminata.
 

Sorprese di luce e d'America

data: 2008-02-24 19:34:30
Dirimpetto alla nostra locanda, sul lato opposto della via, uomini e donne sedevano festosi, davanti a tavolini fumanti di carni allo spiedo e tazze di brodo. Ivi v'era un giovane dall'incarnato più scuro della notte, solo. Pareva pensieroso, e con meccanica inquietudine portava alla bocca la bottiglia che a lui stazionava davanti.

- Un'altra birra! Il giovane aveva alzato il vetro vuoto verso l'uomo che serviva.

Dodamante m'ha accostato delicatamente a quel tavolino.

- Can I seat here?
- Please! ha ribattuto il tipo tutto nero, e ha riordinato le cose sul pianale, affinché Dodamante avesse spazio sufficiente per bere e per mangiare.

La cavaliera s'è accomodata. Aveva appetito, l'ho ben veduta io divorare le vivande su quel desco notturno, davanti all'uomo che beveva. Dal mio cantuccio, coglievo l'aria gioiosa della sera, il chiacchiericcio diffuso degli astanti; le parole di Dodamante e del suo commensale m'arrivavano poco chiare, tuttavia.

- André...United States..., ho colto in un soffio. M'è parso stanco, parlava sottotono, quell'uomo. Ho compreso tuttavia che conosceva Mister Oregon: s'erano incontrati quel dì, nel borgo di Turpan, e avevano trascorso insieme le ore del meriggio che si faceva notte.
- Vietnam... ho studiato fotografia. Insegnavo l'inglese. In Cina... it is hard to me. Ho sempre paura d'essere aggredito.

La cavaliera pareva presa da stupore. Ho rizzato le antenne-freno.

- Sono nero. In Cina, non ci sono neri... molti cinesi non hanno mai veduto dei neri. Mi guardano, mi fissano... I am really afraid, sometimes, here.

Mi vibravano i raggi, per quell'uomo. Ho sentito che diceva ancora a Dodamante:

- Hai veduto la fontana cantante? Alle spalle di quegli edifici... no, sono stanco, vorrei rientrare nel mio ostello.

S'è alzato, di lì a poco. Dodamante indugiava ancora, pigramente, dirimpetto al desco ormai vuoto di vivande.

- Mister Oregon? ha domandato ella infine, mentre André s'apprestava a partire.
- Abbiamo cenato assieme, qui. Era molto stanco, non si sentiva bene. Lo troverai nella locanda.

La fontana cantante era un tripudio d'acque colorate che s'innalzavano a sprazzi, sulle note di musiche d'Oriente e d'Occidente.

- Ritorna vincitoor!... E dal mio labbro uscì l'empia parola! Vincitor del padre miooo...

Così m'è parso venisse, a un tratto, da quell'ampio bacino che colmava la piazza dietro la stazione dei torpedoni. Uno strano tremore m'ha preso. Gialle colonne d'acqua, e blu cobalto, e rosa. Un gruppo danzava, a una spanna dal vigoroso altoparlante.

- Korea, photo please! Dodamante ha scattato.
 

L'empireo dei velocipedi

data: 2008-02-24 19:37:05
Stamane Mister Oregon dormiva ancora, quando abbiamo lasciato la stanza della locanda. Dev'essere qualcosa che ha mangiato. L'ho sentito alzarsi, durante la notte. Ho schiuso il fanale, e l'ho veduto così, in piedi, coperto con lunghe braghe che gli scendevano sotto i ginocchi. Forse è davvero ammalato; pensavo che, in cotale stagione dell'anno, gli umani maschi volentieri dormissero senza vestimenti. Dodamante, al contrario, pare davvero in buona forma. Nella ricezione della locanda, un giovane uighuro ci ha salutato, cordiale.

- Hi, how are you? Fine? Good trip? Very well...

Ho riconosciuto quella voce, ecco, sì. Nel dì del nostro arrivo, quando Dodamante cercava il cavaliere di Portland, ch'era disperso. Credo sia una guida per i visitatori che necessitano d'essere accompagnati.

- Karez? Dovete prendere a destra, sul viale. C'è anche un museo...

Ho vibrato tutta, tra le mani di Dodamante che mi portava in strada. Il museo, no! Ancora, ferma in sosta davanti a un cancello chiuso, no! Me ne vado...

- Niente museo, ha proferito la cavaliera, tranquillamente. Stamane ci perdiamo tra le vigne.

L'empireo dei velocipedi, nei miei trent'anni di cavalcate per le vie del mondo, l'ho raggiunto quel dì, tra le viti dell'oasi di Turpan.
 

Uva, ora e sempre

data: 2008-02-24 19:44:07
Cotone tra le ruote, e uva sul manubrio, ce ne siamo andate ove il borgo nuovo terminava. V'era una piccola moschea in costruzione, e poi s'addensavano i filari, schietti e vivi. Mi sono infilata lì dentro, ebbra come una puledra alle prime sgambate. Alti pioppi bordavano i canali che d'acqua nutrivano le vigne; un uomo dal viso secco, col falcetto, ci s'è fatto accosto.

- Karez? ha proferito Dodamante, un poco inquieta per quell'arma che vedeva, nella ferace e deserta campagna. L'uomo ha fatto un cenno, ed è passato oltre.

Mi sono affrettata per quella direzione che segnato aveva l'uomo. Un foro a cilindro nel terreno, che sul fondo d'acqua si riempiva, s'è parato d'improvviso di fronte alle mie ruote.

- Ecco quel pozzo, dunque! Dodamante m'ha spiegato che sempre lo cercava, nei giorni di Turpan, per la campagna.

Un pozzo! Quel dì, il sole forte della Cina uighura doveva avere ben agglutinato la materia grigia degli umani. Di tanto splendido vigore e sublime armonia campestre, ella si perdeva nella contemplazione d'un vecchio buco, che allora mi pareva d'importanza niuna. Eravamo passate senza posa, o quasi, accanto a un piccolo santuario tra le viti: molto m'era piaciuto, benché la porta fosse murata e, a un dipresso, vi s'appoggiassero cumuli di sterpi secchi. V'era poi stata la promenade sublime nel quartiere dei cellai, ove l'uva era stesa a seccare su pertiche spinose, o sulla nuda terra. Dodamante se n'era saziata, in verità, pascendosene a piene mani. Ma nulla aveva potuto avvincere la cavaliera quanto quel foro, ove la sosta s'è fatta lunga.
Eravamo di nuovo ai margini del borgo, quando Dodamante infine è sortita dal lungo silenzio che l'aveva rapita davanti al pozzo.

- Non capisci, tu, che se oggi hai potuto godere di tale beatitudine, essa viene dall'uomo che ha potuto condurre l'acqua, nell'oasi, dalle pendici dei monti vicini. Umani come talpe hanno scavato canali sotterranei in pendenza, per decine e decine di miglia, e pozzi verticali per accedere all'acqua che, là sotto, non evapora con il calore. È un sistema antichissimo che ancora perdura, forse d'origine persiana, diffuso in molte zone d'Asia centrale.

Ho abbassato le code del manubrio, un poco vergognosa. Volevo controbattere che in quei canali sotterranei non avrei potuto galoppare, giacché l'acqua mi trapassa i raggi e le mie ruote non sono zattere. E che capisse anch'ella, Dodamante, ch'ero e sono una bicicletta, e non l'umana compagnia d'un viaggio in Asia. Non poteva pretendere ch'ovunque l'affiancassi col pensiero e colla teoria, né che sopportassi a freni stretti le lunghe giornate d'una stanza chiusa. Correre, volevo, sui sentieri di campagna, sui viali dei borghi, ovunque ci fosse spazio sufficiente, e aria. Correre; in fondo mi bastava questo, per sentirmi placata. Rimuginavo simili pensieri, quando, sull'entrata d'una masseria, incrociammo un velocipede nero, bello ed elegante. A volte anche l'amore mi placa, benché sia un bene raro; quasi mai la cavaliera mi conduce in branco. Stavolta però m'ha poggiato lì a un dipresso, giacché dal cortile della masseria la chiamavano a gran voce, e con gesti l'invitavano a sedere dentro.
V'erano tre donne: una doveva essere la madre. Intabarrata nello smilzo vestito a fiori, col nero fazzoletto appoggiato sulle ciocche nere che ne trionfavano senza tema, impastava una massa gommosa, bianca, nell'angolo del cortile. Una ragazza giovane, dal largo sorriso, sgusciava baccelli verdini di legumi. La terza era in tuta sportiva, biancovestita, gli occhi neri profondi, i capelli raccolti a chignon. Sedeva in terra, dirimpetto a un tavolino di semplici vivande, assieme a uomini che s'apprestavano al desinare. Altri uomini sedevano sul giaciglio a piattaforma del cortile, fumando e discutendo. Uno s'è allungato verso il pergolato che faceva ombra a quella corte. Uva e pane, bizzarre melucce dal guscio marrone, e scodelle d'uno strano liquido che non ho veduto bene, giacché sostavo non vicino al desco apparecchiato. Uva bianca, di tutte le misure; d'uva si nutriva ancora Dodamante, quel dì dell'uva, mentre il velocipede nero m'annusava. Ecco l'antico piacere che sale, l'incanto di quella vibrazione unisona dei raggi, il refolo di vento che stormisce nella cassa doppia del telaio; ed ecco il dolore che m'ha preso, inopinato e subitaneo, dacché quel cavaliere uighuro, col mio compagno nero, s'è presto allontanato sulla via. Dodamante deve aver compreso tale mio sconforto; giacché quasi subito m'ha risospinto fuori, verso le campagne.

Corriamo, infine, sull'asfalto stretto delle vie ove s'aggirano uomini in turbante, s'aprono sobrie cupole di cimitero, scende la musica soave dall'alto dei pali che illuminano gli orecchi degli umani: v'è il sole, ancora, e quegli altoparlanti accompagnano il ritmo del viandante e la dolce galoppata delle cavalcature. Corriamo sino al grande mercato di Turpan, ove l'animazione arresta ogni moto forsennato; il passaggio tra i banchi e le botteghe non è arduo, tuttavia, per le mie ruote. L'Asia centrale, e la Cina, quivi s'incontrano nei prodotti e nella mescita dei visi.
Fui impressionata, non da quel mercato ove l'uva passa s'offriva, sui banchi, d'ogni misura e tinta; bensì da una strada lunga che s'apriva sul fondo del mercato, ove le donne a decine sostavano, rannicchiate sul selciato, a gruppi. Nulla vendevano che fosse carnale commercio; correvano i bambini, tra vesti e calzamaglie delle madri uighure. V'erano velocipedi, e tricicli a motore, in attesa. Donne grasse col fazzoletto in testa, giovani visi gatteschi e furbi, nodose anziane dalla vista corta s'incurvavano sui monticelli d'uva, a spulciarne i raspi – così mi parve – e ciò che non poteva essere venduto. Ci sorrisero, quelle donne, felici che qualcuno contemplasse simile fatica di stagione.
 

United Travellers of China

data: 2008-02-24 19:51:49
L'empireo finì d'un tratto, in modo brusco. Mi ritrovai sbattuta nel ventre fondo e gravido d'un torpedone che non potei quasi vedere, da fuori. Dodamante mi prese a tradimento, quella sera. Di certo la cavaliera avrebbe voluto restare ancora nella dolce depressione delle viti; ma, chissà per quale recondita ragione, aveva acquistato con molto anticipo un biglietto per il borgo di Dūnhuáng, ove iniziava – così mi disse – la vera Cina dei cinesi Han. Il conduttore capo di quel torpedone non amava punto i velocipedi. Mi guardò subito con disdegno; gli occhi scomparvero in quegli zigomi grassi. Scosse la testa, con fare perentorio. Dodamante fu ferma; mi spinse dentro. Non so come finì quella contrattazione, giacché il portello presto si chiuse. Rimasi immobile nel buio, incastonata tra i bagagli. Fu un bene, in fondo: giacché la notte si faceva fredda, e non rischiavo d'urtare sulle pareti dure della stiva. Quel conduttore tuttavia non m'ispirava affatto; e al mattino, quando infine sbarcammo sul piazzale di Dūnhuáng, mi parve che volesse tenermi prigioniera là sotto, dacché il portello non s'apriva. Dodamante urlava:

- Apri, canaglia, apri!

Fui presa dal terrore, pensando che il conduttore m'avrebbe trascinato con sé, in qualche remota landa di quella terra di Cina. Pensai che Dodamante non gli avesse dato sufficiente denaro, o che qualche mio simile avesse attentato alla salute di quell'uomo. Non potevo comprendere, infatti, per quale motivo non mi lasciasse andare.

- Apri!

Venne la luce, infine. Mi prese un tintinnio di raggi, mentre Dodamante m'accompagnava verso una parete bianca, ove m'appoggiò con tutto il basto. Tremavo ancora, e traballai per la sorpresa, quando li vidi. Mister Oregon il biondo e André il nero sostavano sul piazzale, accanto al torpedone, con le loro masserizie di viaggiatori americani. Credo che mai Dodamante abbia saputo ove fosse scomparso il cavaliere di Portland, quel dì a Turpan. Almeno, nulla di ciò mi disse ancora; del resto, i due subito partirono assieme alla ricerca d'una locanda, e più giammai si pararono davanti alle mie ruote. Una donna ch'era lì pure quel mattino, dal crine bianco e dall'algido sorriso, vidi invece sovente nei giorni di Dūnhuáng, e pure nella Cina che seguì.
 

Note tecniche

data: 2008-02-24 19:58:28
Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

Per l'alloggio a Turfan – Turpan in lingua uighura, Tulufān in cinese – vi sono molti alberghi in prossimità dell'autostazione (Laocheng Lu, davanti al grande bazar). Nell'albergo della foto qui accanto, una camera doppia con bagno: 100 yuan (il costo è negoziabile).

Il villaggio di Tuyoq è raggiungibile con gli autobus in partenza dall'autostazione principale di Laocheng Lu.

Il libro dalla copertina verde citato in questo blog è: Mi Shoujiang & You Jia (traslated by Min Chang), Islam in China, China Intercontinental Press, 2004, 205 p.

Un'altra lettura utile, in italiano, sulla religione in Cina: Federico Rampini, «Il ritorno del sacro», p.308-312, in: Il secolo cinese, Milano, Mondadori, 2005.

Nelle foto: ciclisti e riparatori a Turpan.
 
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