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Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Tra le dune d'oro di Dūnhuáng

La prima rivelazione del Buddha (dalle memorie di Suor Deodora)

Blog di DODAMANTE del 2008-03-10 01:11:13
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L'incendio dei ricordi

data: 2008-03-10 01:12:37
Non piove da giorni, nella remota landa ove sorge il convento che m'accoglie. Una persistente umidità tuttavia si fa strada nell'ossa; il cielo spesso s'offusca, e con esso s'offuscano gli umori delle consorelle. Mi pare che poche abbiano desiderio d'intrattenersi all'aperto. Iersera ho visitato la rimessa che tiene riparata la Cavalletta, tra gli attrezzi del giardino. Sembrava sprofondare in letargico torpore, quasi non m'ha riconosciuta; la tonaca, che indosso quivi, può averla presa d'inganno. Ancorché anziana, la Cavalletta è pienamente nelle sue funzioni, tuttavia, e non v'è motivo alcuno ch'essa non mi riconosca. Dev'esser la ruggine che si deposita sull'animo, e sulle giunture, quando non s'arriva a calcare le vie del mondo come si vorrebbe. Tutto s'offusca allora; il disire più forte s'addormenta, e quasi sembra che mai abbia albergato nelle profondità delle nostre viscere. Non è il momento di rianimare quell'energia che dorme, ora; così ho pensato, contemplando la sonnacchiosa assenza della Cavalletta. Il lago si ghiaccia ancora, e la tempesta che sovente ne scuote l'acque pare anch'essa acquietata. Vorrei ritirarmi in letargo, anch'io, nella mia piccola cella nel convento; e in verità, poco separa codesto mio stato dall'incosciente sopore della Cavalletta. Solo l'opre quotidiane, e la scrittura, s'impongono alla fatica dell'inverno che persiste. Nella madia, tuttavia, conservo l'armatura e gli schinieri; di tanto in tanto mi soffermo a toglierne la polvere, sperando forse che nello sfregamento n'esca un genio, a cui chiedere senza sforzo ciò che manca. Sebbene il genio non si manifesti, nelle prime luci dell'alba s'accendono alle volte i ricordi del viaggio; mi pare allora che quella sottile angoscia si plachi, e io possa liberamente pascermi della materia vitale che accompagnò la mia erranza in Asia. S'incendia la mia cella, in quei momenti, del calore di Dūnhuáng, che c'intrise l'ossa e l'armatura, il caucciù e l'acciaio.
 

Sole sulle tombe

data: 2008-03-10 01:13:15
Un pallido sole scavalca il muro del convento, stamane. Riverbera d'una luce che fa rabbrividire. Se è possibile scaldarsi di ricordi, il radiatore di Dūnhuáng m'accoglie ancora ai piedi di quelle dune del desertico e impervio corridoio di Hexi, nella provincia del Gānsù, ove passarono le millenarie carovane della Via della Seta. Quasi nulla ne sapevo, al tempo del mio viaggio con la Cavalletta; quei nomi risuonavano inerti al mio orecchio, come pure m'erano estranee allora la dottrina e l'illuminazione del Buddha. Capii molto più tardi la portata delle mie scoperte, in queste lande di Cina ancora remotissime dalla capitale Pechino. Fui allora una spensierata cavaliera, che molto si dilettò a sospingere il destriero sulle vie di campagna dell'oasi di Dūnhuáng, sino al limite del Míngshā Shān, la collina dalle sabbie sonanti. V'era pure un borgo ove la città moderna s'addensava; vi andai a pernottare, girovagai tra i mercati, e dovetti corrervi quando m'occorse il primo incidente che oscurò la baldanza del mio viaggio in Cina. Non fu la Cavalletta ad esserne toccata: che anzi, in quei lochi, fu ancora presa dalla beatitudine dei giri di ruota in piena libertà. Ero colla mia cavalcatura, che s'accompagnava a quella cinese di Marianne; ne aveva d'energia, quell'anziana cavaliera d'idioma franco e d'elvetici natali, che sola aveva traversato il paese dei Kirghizi e allora s'apprestava a migrare verso l'est della Cina. Il candore del crine non riusciva a spezzare la fermezza del suo proponimento: cercava il Buddha, quella donna, nei segni dell'arte secolare nascosti nelle cave, nello spirito dei templi, nella bellezza dei maestosi panorami di montagna, nella pratica quotidiana delle genti. Cercava il Buddha dentro di sé; fu un arduo idillio, il nostro, giacché – nell'epoca che Dodamante mi nomava – ero estranea a simili ricerche, benché molto ne fossi incuriosita. Ci accompagnammo spesso assieme, nel tempo di Dūnhuáng. Amava ella molto i velocipedi, e codesta passione ci avvicinò. Ne prese uno a nolo, e sovente ci ritrovammo accanto, sole, nel cimitero che sorgeva dirimpetto alle dune sonanti. Fu lì che l'incidente avvenne; Marianne era presente, benché discosta un poco, verso le dune.
 

L'oscuro suono della sabbia

data: 2008-03-10 01:13:48
Vi arrivammo per caso, cercando il laghetto della luna crescente. Dal borgo nuovo, una strada diritta si dipartiva, verso sud; v'erano meno di quattro miglia, e la via s'arrestava d'improvviso a una barriera che chiudeva il passo alle dune. All'ultimo quadrivio prima della barriera, spronammo le cavalcature a manca; prendemmo per un sentiero che s'inoltrava tra gli orti e i pioppi. D'un tratto s'aprì, nuda, l'enorme spianata ove la terra si faceva sabbia. V'erano lapidi in luogo di colture, e bassi monticelli spogli che si raccoglievano nella calura: come tende scavate nella terra, o monticoli di talpe mortuarie. Quivi ci inoltrammo; sentivo la Cavalletta faticare alquanto, nella terra molle di quel percorso. Marianne proseguì spedita, trascinando la sua cavalcatura. S'arrestò infine; le dune sonanti erano lì a un dipresso.

- Je crois que tu vas faire une crise, disse con un sorriso.

Il sole del meriggio declinava dolcemente sulle dune. La Cavalletta giaceva serena, accarezzando con la sella il dorso d'un piccolo avvallamento di sabbia. Un sentore di morte, d'una morte lieve che veniva piano a coprirci, nel dì che si spegneva: ricordo che m'abbandonai al languore dell'ora, al piacere di quell'ultimo sole forte del viaggio. Seppi che lei, lei pure, scriveva. Nelle lunghe sere solitarie di Cina, Marianne si raccoglieva nel chiuso della sua stanza. E raccoglieva le immagini dei suoi Buddha, e d'altro, perché l'accompagnassero per via, nei quattro mesi del suo pellegrinaggio in terra d'Asia. Fui felice, allora, della franca mia compagna ch'animò quel deserto di Dūnhuáng. Mi parve che potesse essermi alleata, nelle asperità del viaggio, e m'augurai di proseguire con lei: giacché la mia rotta di Cina fissa non era, e bene poteva intonarsi a quella d'altri cavalieri erranti.
Ruzzai sulla sabbia, come il cucciolo che gioca nella melma. Volli gridare, nella crisi di dolcezza che quel loco m'ispirava. M'arrestò un bizzarro ronzio che proveniva dalla collina sonante. Capii subito, però, che vento non era, né l'oscuro rombo delle viscere d'una collina cava.
 

Nuove carovane

data: 2008-03-10 01:14:17
Le colline di sabbia sonavano d'un brusio che veniva dall'alto, dal fondo, da presso. Dapprima non mi disturbò, e potei discorrere con la mia compagna sotto il sole; sedemmo su una bassa duna, i velocipedi lì accosto.
Scriveva dunque, ella, e mi disse d'aver finito un libro sulla balia ch'aveva avuto nella sua infanzia d'Europa. Mi disse pure d'aver molto viaggiato pel mondo; delle sue figlie, una era nata in Africa, o così almeno mi sovviene ora. Erano adulte, oramai, e madri anch'esse. Marianne verdeggiava sulle piste di Cina, e prim'ancora in India, e ancor prima nel paese degli Afghani ove montato aveva un dispensario, giacché s'adoperava sin dalla giovinezza nello spaccio dei medicamenti. Il buddhismo indiano l'aveva sedotta; nelle terre di Cina cercava quella spiritualità, quella calda magnitudine dei sentimenti che diceva d'aver trovato in India. Gridolini si levarono dall'alto della collina sonante. Un ronzio s'intese sommesso, poi più forte, infine insistente. Il rombo acuto d'un motore fischiò tra le dune basse, accanto ai monticelli del cimitero.

- On y va? Vorrei vedere il lago della luna.

Ci avviammo a piedi, trascinando con forza le cavalcature che s'infossavano nella sabbia materna dell'oasi. Un buggy s'arrampicò ferocemente sulla piccola duna cimiteriale a noi davanti; la Cavalletta ne fu terrorizzata, e s'arrestò di botto. L'allegro carico di quel carrozzino a motore non parve turbato dalla picciola carovana nostra; si dileguò in un soffio. Pure, il rombo non si spense. Veniva ora dal cielo; un feroce uccello dall'ali colorate volteggiava a noi d'intorno. Pareva aver lasciato poc'anzi la nuda terra, giacché basso e famelico s'aggirava. Capimmo d'essere a un dipresso dalla grigia colata di cemento ove s'era distaccato dal suolo, col suo carico d'umana frenesia. Passò una carovana di quadrupedi: quei cavalieri in fila montavano verso la sommità delle dune. Mi parve allora che qualcosa restasse dei tempi ove Dūnhuáng si faceva sosta beata dei traffici sulla Via della Seta. Marianne guardò quell'ascensione; mi rivolse un'occhiata di fiero disgusto, e s'arrestò. Volli scattare allora, perché quell'espressione non passasse invano. Ma il grilletto s'arrestò a metà, e l'obiettivo fotografico si ritrasse malamente. L'apparecchio restò così, offeso dalla sabbia delle dune.
 

L'incidente del formicaio

data: 2008-03-10 01:14:51
- Marianne! ricordo che gridai, disperata di vera disperazione, giacché non disponevo d'altre macchine per immortalare gli eventi del viaggio. Ella era rimasta in piedi; fissava quelle cime ove i cammelli si liberavano dal doloroso carico d'umana specie, che lassù si dimenava – benché dabbasso poco si cogliesse di tali movimenti: forse scivolavano coloro sul mare della sabbia pendente, o v'erano attrazioni diverse che n'occupavano il tempo. Altre cavalcature riportavano a valle l'umanità appagata dal parco del deserto, cosicché le dune brulicavano d'intensi passaggi, come la costa d'un formicaio in piena attività.

- Marianne! la raggiunsi, sospinta dall'orgasmo doloroso dell'ansia. Mi vide affranta, e poco disse. Tirò fuori una bustina impermeabile, e un foulard ch'usava solitamente per i climi secchi e ventosi.
- C'est ça qu'il faut faire.

Mi passò quegli oggetti e continuò la marcia. Rimasi discosta un poco, preoccupata. Soffiai sull'apparecchio; lo protessi con delicatezza e mi diedi a proseguire il cammino, trascinando la Cavalletta sulla sabbia. Marianne era giunta sulla spianata ove s'alzavano in volo i deltaplani a motore. Ivi aveva abbandonato la sua cavalcatura, senza legarla, in un cantuccio accanto all'abitacolo ove sostavano i giovani Han che controllavano la pista. Indicai la Cavalletta a quei giovani. Dal sorriso e dai gesti sommessi che mi rivolsero, capii che potevo accomodarla lì accosto. Così feci; e corsi dietro ai passi della mia compagna.
 

L'incauta marcia

data: 2008-03-10 01:15:18
Ansia si celava, in quella corsa. Il timore di rimanere sola, impantanata tra le sabbie, con una cavalcatura non atta a quei percorsi. Senza la doppia vista che ferma la storia dei nostri passi: quell'apparecchio che presta a noi le immagini, laddove il tempo scolora la memoria. Avrei forse dovuto ritenere tale incidente un salvifico presagio, che da simili eventi mi guardasse nel seguito del viaggio. Quando l'emergenza si spegne, tuttavia, con sé trascina sovente l'allarme e l'attenzione che l'incidente ha acceso. Ecco che ancora ci ritroviamo nei guasti che ci presero in passato; e l'umor nostro con noi s'adira, giacché sappiamo d'aver fatto qualcosa malamente, e di conoscere per giunta codesto malaffare.
Correvo, con quella macchina ferita nella borsa; vidi Marianne dirigersi con passo ardito verso il tracciato ove i cammelli arrancavano in fila. No!, pensai con un sussulto. Un buggy s'avvicinava rombando alla spedita noncuranza della donna dal crine bianco.

- Yuèyáquán?
- Vicino, dieci minuti.

Così m'avevano indicato i giovani Han della pista, segnando a dito la duna dirimpetto. Lì dietro s'apriva la dolcezza più sublime dell'oasi, il piccolo lago a falce di luna, che offriva dimora nell'ombra della sua macchia verde e perpetuava la vita col miracolo delle sue acque. Marianne laggiù si volgeva senza fallo. La raggiunsi infine, inquieta e stracca. Il rabbioso carrozzino ivi s'arrestò. Un uomo colla giubba arancione si sporse dal buggy, gridando qualcosa nel megafono d'ordinanza.

- Piào! Piào! così suonava quella tromba, forte. La mia compagna volle continuare l'incauta marcia, e l'uomo scese. L'arrestò con brusco vigore, prendendola per un braccio. Voltai le spalle, desolata, e tornai indietro.
 

Porte di servizio

data: 2008-03-10 01:16:40
Ricordo quella fuga, e la doppia desolazione che mi prese allora, nel deserto di Dūnhuáng che ci respingeva. Talvolta, guardando la riva spoglia che s'apre al lago ove poggia il convento, rammento quelle dune frastagliate e dolci, spezzate dalla vacua evasione degli umani e dalla fatica delle cavalcature. Fu angoscia e disappunto, il mio d'allora, giacché la mia compagna d'Elvezia s'era lanciata nelle braccia della sorveglianza: sapevo – e lei con me, almeno credo – ch'occorreva pagare un pedaggio, assai salato, perché il laghetto della luna crescente fosse aperto e prossimo alla vista. Era quel sito incluso nell'immenso parco dei divertimenti tra le dune: tutto era stretto nella morsa d'un recinto, salvo il lato del cimitero.

– Biglietto! urlava l'uomo arancione con ferocia inusitata, giacché qualcuno voleva fargliela così smaccatamente, sotto il naso. Biglietto! continuò, arraffando il braccio di Marianne, mentre io abbandonavo il campo. Nulla avrei potuto opporre alla ferrea volontà di quella donna, alla ferma rabbia di quell'uomo. Mi parve che la disputa non mi concernesse, dacché altrimenti avrei agito. Se avessi ritenuto ignobile speculazione – come credo al dì presente – di pagare un pedaggio solo per contemplare l'acque d'un lago tra la sabbia, avrei trovato in silenzio la via, un poco più lontano. Giacché, così si dice della Cina, è sempre possibile entrare dalla porta di servizio. Quella porta l'avrei forse lasciata chiusa; tuttavia, mi parve assai sconsiderato di sfondare il portone principale con la bianca testa d'un ariete europeo. Seppi più tardi che l'uomo l'aveva condotta negli uffici della direzione; ella voleva infine acquistare il biglietto, ma il sole declinava. Míngtiān, aveva detto Marianne, domani. L'avevano lasciata partire, e s'era avviata infine alla locanda che l'accoglieva nella notte; mentre io cavalcavo verso il borgo, con forsennata angoscia.
 

La cura della vista

data: 2008-03-10 01:17:14
So che fu per me un bene, infine, quel blocco tra le sabbie. Poco avrei goduto della fresca bellezza della pozza lunare, con lo sguardo mutilo che addosso mi gravava. Presa d'affanno, sulla spianata dei deltaplani domandai aiuto a un giovane Han.

- Macchina fotografica...sabbia. Dove...riparare? Indicai gli ideogrammi nel libretto di soccorso che sempre m'albergava nelle tasche. Il giovane riportò la questione nel vano del microtelefono; mi scrisse un indirizzo nel borgo.
- Xièxie! scappai, la Cavalletta alla cavezza.

Galoppai con la forza dell'angustia, bruciando in volo quelle poche miglia, sino al centro del borgo. Rammento il nitrito di protesta che si levò alto, in quella piazza tonda ove infine arrestai la mia cavalcatura. V'erano molte botteghe ch'offrivano servigi per gli apparecchi al mio simili. M'avvicinai a un banco; un uomo Han, sottile e sbrigativo, guardò la macchina offesa.

- Ci penso io, mi fece segno.

S'apprestava a smontare l'oggetto; quando una giovane, a lui seduta dirimpetto, volle saggiare la consistenza della macchina. La prese, e l'azionò. S'aperse l'obiettivo, si chiuse; la macchina scattò come sempre, beffarda e sana. S'era liberata naturalmente dei grani che la bloccavano; questo capii, e sorrisi alla ragazza.
L'uomo mi fece un altro segno: denaro, voleva, n'ero certa. Alzai le palme, e scossi il capo. Non insistette; partii, rasserenata.
 

Centauri sulla cresta

data: 2008-03-10 01:17:42
Volli tornare ancora ai piedi delle dune che tanto avevano prodotto d'afflizione, quel dì. Marianne cercavo, sperando d'incrociarla per via: dacché uno era il cammino che dal borgo conduceva alle colline sonanti. Ma non la vidi; inquieta, all'ultimo quadrivio presi a dritta. Già l'ombre della sera s'allungavano tra le dimore e gli orti. Il vespro s'approssimava, e dalla collina dei divertimenti le stanche cavalcature si dipartivano verso i covili notturni. La luce calda del meriggio ancora resisteva; le dune ne rilucevano, avvinte. M'inoltrai sul tracciato d'un sentiero tra i pioppi ove, nella piena stagione, s'aprivano locande per i visitatori. D'improvviso s'allargò l'aia d'una masseria, e un rombo nuovo c'intrise.
I centauri s'arrestarono in quel cortile. Erano quattro o cinque; solo un profilo di Cina m'apparve, nel gruppo. Sgattaiolarono su per la costa sabbiosa della collina.

- Hey, hey! Da quella dimora un uomo tozzo uscì, col megafono ronzante. Hey! urlava quello, arrancando furioso tra le sabbie, verso l'alto.
- Hey guys! sparai lassù. Can I lock my bike with your motorbikes?
- Of course! rispose qualcuno dalla sommità della cresta.

Arrivai sulla cima assieme all'uomo col megafono. S'imbruttiva costui, nella smorfia rabbiosa che gli veniva dall'essere ignorato da codesti intrusi. Gracchiava feroce all'indirizzo dei centauri; fui loro accosto, e sfoderai l'arma. L'obiettivo miracolato s'aprì subitamente.

- Foto! gridai. Tutti buffoneggiarono. L'uomo col megafono s'acquietò d'improvviso.
- Are you looking for a way to the lake? Without the fucking ticket, I mean...
- Yes, risposi. Ma è tardi oramai, annotta. Meglio domani.

Il ragazzo biondo mi sorrise, e così fece il centauro cinese ch'a lui s'accompagnava. Scesero tutti, infine, dabbasso. Il rombo riecheggiò sul sentiero.

- Da dove...?
- London, mi lanciò l'ultimo dei centauri, e sparì dietro la curva.

Il crepuscolo d'oro di quelle dune riverbera ancora sui muri del convento, al dì presente; ne sorrido con serena mestizia. La foto non venne mai: dacché la macchina era libera infine dalla polverosa insidia, ma vuota d'energia, e nulla poté ritenere di quella pantomima.
 

Intorno alle passioni

data: 2008-03-10 01:18:19
Di buon mattino, stamane, ho voluto scendere nell'orto del convento. Da qualche tempo, amo occuparmi delle piantagioni che ci sostentano; dalla mia cella sorveglio i rami degli ulivi e l'intreccio dei vitigni. Fu il viaggio nelle oasi di Cina, credo, che m'aperse lo splendore del mondo rurale, e rivelò a me medesima la passione nuova ch'al momento fiorisce. Ovvero, al momento languisce, giacché la morta stagione dei campi s'attaglia all'animo mio, e la frenesia dei moti ne spegne. Sorveglio l'orto, scruto il cielo e interrogo le piante; come gli aruspici, ivi cerco le tracce che guidino i miei passi all'avvenire.
La clausura m'è dolce, in verità: giacché so che finisce, quando la terra s'ammanta di nuove fioriture. Potrei restare nel convento, alle serene opre intenta, con le consorelle; m'amano infine, ne sono certa, con tutto il fardello delle mie bislaccherie. Sanno però che la mia natura è altra; che la passione terrena, nell'animo mio, non è sedata. Più a lungo nel convento la scrittura mi tiene, a volte, nel volgersi delle stagioni. Di piombo si fa allora quel sedile che m'inchioda, e la mia penna corre, affinché presto si guadagni la libertà della strada. Libertà di confondersi ancora nelle vane passioni del mondo: questo mi disse un dì la madre superiora, che sempre m'avrebbe voluto preservare nelle gallerie del convento. E sia: certo è che, se avessi infine voluto liberarmi dall'illusorietà del vivere e dalle sue sofferenze, avrei forse cercato d'estinguere le passioni nel nirvāna, nel supremo distacco del Buddha, di cui nulla sapevo prima di quel viaggio. Eppure, al dì presente, ancora credo che non solo il dolore s'erutti, dal vulcano delle passioni. Pure questo dolore sono incline a tollerare, giacché so che – in contropartita – alta si leva l'emozione, a volte, che fa stridere il cuore. Di ciò, infine, si nutre la scrittura: benché essa abbia bisogno del silenzio del chiostro, per dare la sua forma al magma della vita.
 

La cavalcata di Mògāo

data: 2008-03-10 01:28:13
La macchia verde d'un campo di cotone s'aprì lungo la via che conduceva alle grotte di Mògāo. Addossai la Cavalletta al tronco d'un pioppo e m'infilai tra i morbidi cespugli. Sublime ne fu la carezza sulla pelle nuda; riemersi, paga. La cavalcata che ne seguì, nell'aria tremula del primo sole, fu d'ordine celestiale. Benché a un'autostrada somigliasse, la lunga striscia d'asfalto si snodava tra i campi; v'era dapprima una larga pista sui bordi, ch'alle cavalcature si riservava: così compresi almeno. Galoppai serena, beandomi del fresco umore che in tali campagne s'addensava. V'erano sedici miglia, dal borgo di Dūnhuáng sino alle grotte; dapprincipio la dolcezza dell'ora m'avvinse. La strada s'allungava piana; la Cavalletta trottava con trepida baldanza. Velivoli s'approssimavano al terreno, benché del rombo loro non conservi memoria alcuna. Ciò invero è strano; credo che troppo la beatitudine campestre mi distogliesse dai turbamenti del cielo. Vidi l'alta barriera che chiudeva infine quella strada, prima dell'aerostazione. Volli scongiurare la circostanza del pagamento d'un pedaggio: mai conobbi se ivi ai cicli pure s'imponesse, giacché a dritta scantonai pei campi, su sentieri sterrati. Riemersi sull'asfalto più stretto d'una via che lieve saliva, nel nudo del deserto.

- Mògāo?

Il conduttore d'un tassì mi salutò col suono delle trombe, e fece segno: diritto, segui la strada. Indi, per molte miglia, restai sola con la Cavalletta, nel terso orizzonte del deserto che piano s'approssimava alle dolci asperità delle colline. Laggiù erano ascosi i magazzini rupestri di dieci secoli d'arte buddhista. Ricordo che assai mi piacque d'arrivarci così, nella mite lentezza di quella pedalata che infine si fece ardua, giacché il vento dell'aperta spianata era padrone.
 

La prima rivelazione del Buddha

data: 2008-03-10 01:28:48
Ai piedi delle alture brulle s'agglutinava il verde di Mògāo. Ricordo bene quella chiazza d'ombra ove ci infilammo, e il termitaio delle cave che forava lo sperone della roccia. Volli galoppare con la Cavalletta sino all'entrata; ma un giovane soldato ci sbarrò il passo con ruvida fermezza. Segnò a dito il parcheggio dei veicoli; vi giacevano, riverse ed infelici, quattro o cinque cavalcature a ruote, dirimpetto alla cabina del custode. Attorno, alquanti torpedoni erano in sosta; altri ne giungevano. Stormiva più delle fronde il cicaleccio degli idiomi Han: d'improvviso, dopo miglia di solitaria beatitudine, la stirpe degli umani ivi si rapprendeva in quantità.

- La Cavalletta qui, giammai! sbottai feroce sull'inflessibile muso del soldato.

Non avessi temuto la fiera forza del vento con cui poc'anzi m'ero battuta, avrei forse subito ripreso la via pel borgo di Dūnhuáng. Un giovane arbusto svettava, tenero e forte, a lato della strada maestra. Mi parve un segno; pensai che quella morbida corteccia avrebbe potuto a meraviglia accompagnare l'attesa della mia cavalcatura. La legai bene, e a piedi raggiunsi l'ingresso delle grotte.

- Enfin! gridò Marianne, che dalle grotte usciva allora. Tu y arrives! C'est bien passé?
- Oui, risposi, calma.

Mi parve allora che la mia galoppata avesse già glorificato il dì, e quella visita quasi ne risultasse accidentale. Entrai nel sito, e m'aggregai a una carovana di cinesi: giacché l'accesso non spettava punto ai viaggiatori solitari. Ciò che vidi, nei favolosi antri di quel monte, fu materia di studio, di pellegrinaggi e di razzie. Nei tempi d'oro di Mògāo, diciotto monasteri vi sorgevano; vi furono migliaia di monaci e calligrafi, ricchi benefattori e antichi viaggiatori che quivi le lunghe traversate propiziavano. Dal secolo quarto dell'era cristiana, per mille anni, l'alveare del monte racchiuse l'operosa vita degli artisti di Buddha: statue colossali e raffinate pitture murali, preziosi manoscritti negli idiomi più rari d'Asia, testi originali degli antichi calligrafi cinesi (nella foto a destra, l'interno della grotta 96). Tale messe straordinaria, tuttavia, poco elevò nell'estasi i moti dell'animo mio. Ancora al dì presente, quando nell'uggia del tempo immoto mi sovviene la lontana meraviglia di quel viaggio in Asia, mai ricordo lo splendore delle cave di Mògāo. Credo d'averne compresa la ragione, infine, nella meditazione ch'esercito talora nel convento. Non è propriamente una pratica buddhista, questa mia, né tantomeno mi viene dalla regola che quivi regna. Medito distesa sul giaciglio, nelle prime ore dell'alba, quando la mente è sgombra dai gravami dell'ultimo dì. Non mi concentro sull'intensità d'un colore, né sui ritmi del respiro. Piuttosto sull'oggetto d'un problema che non ha trovato soluzione: s'impone esso, solo, in verità, agli occhi della mente. Il primo mattino è vergine dai dogmi; sovente, allora, lo scioglimento del quesito si fa strada. È forse l'ultimo Assorbimento del metodo di Buddha, giacché l'oggetto del mio meditare diventa per un attimo l'unica mia coscienza, in quei miracolosi risvegli. Non so quanto ci fosse dell'ignoto fascino che mi ispirò il ventre di Mògāo – benché mai scientemente lo ricordi – o quanto mi venne dalle storie che Marianne mi raccontò. Fu a Dūnhuáng, nondimeno, la prima volta che s'affacciò nell'alba codesta pratica che ancora perdura, al dì presente, nel convento. Nella modesta locanda che occupai allora, volli celebrare quel lampo di mattutino genio, e lo nomai la prima rivelazione del Buddha.
 

Il saccheggio della solitudine

data: 2008-03-10 01:29:23
Mai ricordo lo splendore delle cave di Mògāo, quando la mente vaga cercando il conforto d'antiche beatitudini che possano alleviare la fatica del dì presente. Stamane all'alba, nel duro giaciglio della mia cella nel convento, ne ho colta la ragione. Codesta tardiva rivelazione m'ha procurato un certo sollievo, bisogna dire; benché non abbia estinto quell'affanno che mi scuote, quando l'antica bellezza è sottoposta all'assalto belluino delle torme, o al perfido corteggiamento di chi in essa distilla profitti e glorie.
La bellezza dell'umano ingegno, o dell'imperscrutabile natura, mi procura sublime godimento solo quando io ne possa profittare in piena solitudine; solo così i moti dell'animo mio «si fanno» quell'oggetto. Nel silenzio d'un antro, nella fioca luce che filtra dai pertugi della roccia, il respiro si fa corto dinnanzi alla maestà delle statue antiche. Così m'accade, pure, nelle aperte spianate e negli aspri paesaggi di cui l'inaccessibile natura ci provvede. Quivi, però, sovente mi monta la paura; mi viene in soccorso, allora, la cavalcatura che ivi m'accompagna. Giacché un destriero di tal fatta a molto serve, non al trasporto dell'umane membra solamente. Nelle cave di Dūnhuáng v'erano dunque inestimabili tesori, mirabolanti immagini del Buddha e dei suoi accoliti. Nondimeno, quasi mai potei restare sola nella contemplazione eccelsa. La solitudine ivi era negata: gruppi di varia taglia e forma, d'idioma Han e d'altri, s'arrampicavano per i ballatoi, s'infilavano nei buchi della roccia e assieme ne uscivano in starnazzante sintonia. Dei manoscritti antichi seppi il destino da una guida (Guan Jin Fang: guanjf5188@163.com), e m'attristai. Era l'inizio del secolo ventesimo; il guardiano Wang Yuanlu aprì agli archeologi stranieri la grotta-biblioteca che sigillava quei tesori (www.sapere.it/tca/minisite/geografia/via_seta/id32.html). A loro ne vendette, per un guadagno misero. Migliaia di manoscritti partirono per l'Inghilterra e per la Francia; arrivarono poi i giapponesi e i russi. Gli americani giunsero tardi: staccarono in ultimo poche pitture murali. Altri manoscritti finirono a Pechino. Il sito di Dūnhuáng si vuotò della sapienza antica, e offrì dimora infine alle nuove schiere dei visitatori per diporto.
 

I ritorni

data: 2008-03-10 01:29:53
Ci rimettemmo in strada nella tiepida ora del meriggio. Ricordo che la pedalata si faceva sciolta; il vento doveva essersi placato, e la via s'apriva in morbida discesa nel largo del deserto. Ancora m'esaltarono la dolce assenza di vita umana, la luce che già faceva lunghe l'ombre sulla sabbia, e i campi del cotone. Passarono due mezzi roboanti, e vi aggiunsero il frastuono dei sonagli: di certo chiamavano qualcuno.

- Ehi! Due uomini agitarono le braccia all'indirizzo nostro.
- Ehi!

Fu la Cavalletta a rimembrarli, ancor prima della sua cavaliera. Sorrido a codesto pensamento, quest'oggi nell'orto del convento, ove giace una vecchia ferraglia ch'un dì poteva dirsi motociclo. La Cavalletta invero non aveva perduto la memoria dell'agile Hyundai a cui l'avevo avvinta, il dì d'avanti, sotto la duna dei centauri. Assai lieta mi parve di ritrovare quel fugace idillio. Cavaliere n'era Leon, così s'era nomato il giovane cinese di Guangzhou, come un fascinoso cantante nato a Pechino (http://en.wikipedia.org/wiki/Leon_Lai). S'era accompagnato per via al biondo Scott, che nel sangue sposava l'impronta germanica alla terra d'Australia; benché la sua cavalcatura cinese fosse. Poco tra loro parlavano con parole, nel viaggio che in Cina li accomunava, giacché Leon quasi nulla conosceva del britannico idioma. Ciò malgrado, o grazie al prezioso corpo del silenzio, solido era il loro trasmigrare assieme. Quel dì anch'essi erano giunti alle grotte di Mògāo; turbati dal pedaggio, n'erano rimasti di fuori. S'erano infine lanciati sui dirupi dell'aride colline: quivi un altro monastero s'apriva, ignoto ai più, per nulla visitato, ove – così compresi – v'erano ancora monaci viventi. Un poco n'ebbi invidia; li avrei seguiti volentieri su quei fianchi scoscesi e punto battuti. Ricordo che guardai, in quell'attimo, il fragile telaio della Cavalletta che con la Hyundai amoreggiava. E mi dissi, serena, che mai avrei potuto sospingerla così in alto senza danno.
La coppia dei centauri partì verso il borgo; e noi con loro, sebbene rimanessimo indietro in un secondo. Costeggiammo un grande deposito di mattoni; arrivammo infine alla locanda nostra ch'annottava. Marianne, quella sera, rientrata non era ancora nella sua. Era con me un libro sulla Via della Seta, ch'ella m'aveva dato in prestito: non potei renderlo quel dì, e il dì seguente, giacché per fortunose circostanze non ci incontrammo. Una piccola angustia me ne derivò, benché nell'indomani molto mi piacque di ritornare accosto a quelle dune ove i centauri s'erano arrampicati.
 

L'eremo della scrittura

data: 2008-03-10 01:31:20
Spolverando le carte del mio viaggio con la Cavalletta, allorché Dodamante m'appellavo, ho rinvenuto la picciola scrittura mia del tempo, nelle pagine vergate in quel campo che s'allargava ferace ai piedi delle dune. Sapevo che lì oltre, dietro le sabbiose colline, doveva aprirsi l'ampia vista sulla pozza d'acqua della luna che m'era stata inaccessibile. Codesto campo, ove sovente m'arrestai, si trovava a dritta della duna dei centauri, venendo dal borgo. Ricordo che non volli subito salire sulla duna: vidi arrancare giovani e fanciulli, in alto sulla cresta; ne ascoltai i trepidi richiami. Ma ritardai l'ascesa mia sino all'ultimo dì. Trovai in quel campo una solida corteccia che giaceva riversa tra le frasche: ne feci uno scrittoio e lì ristetti, assorta e sola.
«La prospera campagna di Dūnhuáng di succosi frutti s'ammanta», così scrivevo allora. L'inchiostro si fa sbiadito sulla carta giallastra. Annotta sul convento; accosto il lume alle mie carte. «Mele e pesche, e i richiami delle fagianelle – tali mi paiono – che s'alzano in volo; i tonfi delle pere mature mi fanno sobbalzare il cuore. Il ronzio dei deltaplani arriva quivi assai sommesso; rari giovani transitano verso il sommo della duna. L'aria si scalda ancora, nell'autunno dell'oasi, ma le notti sono fredde. Secco i miei panni umidi tra i rami del frutteto, nell'ore del meriggio. Miracolosa campagna, che si sottrae all'incalzare del deserto!».
M'è parso che un vano mugolio s'innalzi dall'angolo del chiostro ove la mia cella affaccia. Le vecchie carte s'abbattono sulle ruvide lastre sotto lo scrittoio. Dev'essere il respiro mozzo della badessa nel suo giro serale; credo non le siano grati i lumi che restano accesi sino a tardi. Conosce tuttavia le ragioni della mia clausura e mai prescrizioni m'ha inflitto, salvo consigli d'umile decenza che rendano serene l'opre quotidiane delle suore.
 

Pan e l'olandese parlante

data: 2008-03-10 01:31:44
«Sono forse queste dune ch'evocano altri deserti, altre oasi, nel Mediterraneo». Raccolgo la pagina più gualcita del tempo di Dūnhuáng. «Nostalgia di deserti che mi sono noti, laggiù. O forse solo vorrei una dimora che possa dirsi fissa, ove tornare al termine del viaggio». S'ode il rumore d'una persiana che non chiude; dev'essersi levato il vento. «Oggi ho perduto gli occhiali; un ramo me l'ha strappati dal naso. A lungo l'ho cercati tra le fronde, sulla terra aggrovigliata di sterpi. Partivo ormai, prostrata ed infelice, ancora colla vista corta, quando un provvido mio calcio l'ha snidati. Una donna anziana che lì accanto dimorava, silenziosa e soave, m'ha permesso di lavarli nel vano della sua casa. Se la favella cinese possedessi! Quanto sarebbe diverso cotale senso di Cina...».
Quel rumore, ancora, e un bisbiglio sommesso che viene dall'ingresso del convento. Non è la badessa, dunque, né un gatto: di certo s'accoglie un pellegrino tardivo. «Sola, libera come un piccolo Pan, felice di perdermi nelle campagne prospere e silenti dell'oasi...». Passi d'uomo risuonano nel chiostro; non sbaglio. Nessuna tra le consorelle s'agita così scompostamente sul fine selciato del cortile. Alla finestra m'abbranco: è forse il cavaliere che s'accompagnerà alle avventure mie prossime, che quivi giunge in codesta notte di fine inverno? È troppo presto, invero, giacché non ho finito di narrare le avventure che m'occorsero nel lungo viaggio in terra d'Asia con la Cavalletta. Là fuori è buio; la badessa tutto ha spento, all'ora consueta. Odo solo quel passo, e la macina d'una favella di cui ora distinguo le parole. Frank! Mio dio, è proprio lui! M'accascio in volo sul giaciglio. Eppure le straordinarie circostanze di quel viaggio dovrebbero avermi insegnato che sulle vie del mondo s'avverano mirabolanti ricorrenze.
Diciotto mesi sul cammino da Amsterdam all'Australia (www.amsterdam-capeyork.nl), col suo veicolo accessoriato e l'umana guida Han che dal governo cinese gli era imposta, Frank l'olandese fu a Dūnhuáng nel tempo del passaggio mio e di Marianne. Lo avvicinai un dì sulla strada maestra, giacché mi parve che potesse caricare me e la Cavalletta sino al successivo borgo di Jiāyùguān. Ivi era diretto poi, ma spazio per noi non aveva; così ci disse almeno. La mia cavalcatura ne fu offesa; per nulla fraternizzò col velocipede che Frank cavalcava, quel dì sotto la duna, quando venne a posarsi sul rugoso scrittoio che m'ero fatta. Quell'uomo infranse il mio gioioso eremo col fiume di parole del britannico suo idioma. Quando infine ascese sulla duna, il sole ormai calava. Frank! Prezioso mi fu il composimetro suo, dacché incise per me tutte le immagini del mio viaggio di Cina sulle tracce indelebili dei dischi. Ma la favella sua turbava l'etere come un torrente in piena; non esco dalla cella, domattina.
 

Sonni celestiali

data: 2008-03-10 01:32:12
Vidi Marianne, infine, nella sera dell'eremo guastato dall'olandese parlante. A due donne s'accompagnava, nella stretta corte del John's Café sulla strada maestra di Dūnhuáng.

- Hello, salut! Mon livre? Dov'eri?

Le resi il libro. Le spiegai che molto l'avevo cercata nella sua locanda, che un messaggio avevo infine rimesso per lei nella ricezione di quella.

- Non hanno dato niente per me. Mon livre!

Sedetti. Le due americane si fecero indietro con gli scranni, per farmi posto. Marianne palpeggiava il volume dalla copertina scura, contenta.

- Je ne savais plus où te chercher. J'ai pensé que tu étais partie, avec mon livre. Ho pensato che tu fossi partita, col mio libro.

Non dissi nulla; m'alzai, giacché Frank m'attendeva nel bugigattolo d'un ristorante cinese, a pochi passi, sull'opposto fronte della via. Non amo le locande di cibo occidentale, in Cina, così mi scusai. Marianne mi diede appuntamento per il dì seguente: avrebbe visto le cave occidentali dei mille Buddha, a ventidue miglia dal borgo. D'accord, risposi.
Lo stretto torpedone ci scaricò l'indomani nel mezzo d'un deserto battuto dal vento. Fui incerta, invero, se accompagnarmi piuttosto con la Cavalletta, che tanto bene aveva cavalcato nel tempo di Dūnhuáng. Ma il cielo sembrava promettere burrasca, la distanza era notevole e le asperità della strada sconosciute. Le cave dei Buddha giacevano nel fondo d'una gola; quivi doveva esservi il corso d'un fiume che l'opra umana aveva deviato. Se ne vedeva il letto antico, vuoto d'acque, a lato della stretta oasi frondosa che s'arrestava contro la parete delle grotte. Ricordo che non fu la grandiosa magnificenza della statue e delle pitture di Mògāo, e che ancora poco capii dell'empireo buddhista. Volavano le ninfe celestiali delle Apsara; l'essenze illuminate di secolari Bodhisattva s'alzavano nell'ombra del cavo dirupo. Marianne mi parve rapita; io lo fui dal sublime abbandono di quel silente loco. V'era una coppia di visitatori, dal viso Han e dalla sobria favella. Presto partirono, e fummo sole in quella gola verde scossa dal vento dolce del meriggio. Dormii, infine, sulla salda durezza dei tavoli diserti di gitanti, le fronde dei noci a farmi ombra. Marianne sostava lì accosto. Leggeva, o forse meditava. Tornammo al borgo sul fare della sera; un potente veicolo d'uomini di Cina ci prese sulla via, giacché di torpedoni non v'era traccia. Turbinavano le polverose sabbie nel cielo che si faceva scuro.
 

La passione del cavallo bianco

data: 2008-03-10 01:32:39
Quale miracolosa potenza la scrittura, quando perturba la visione delle cose d'intorno piegandole al solido ricordo, o alla vaga forza del tema e del disire! Quell'uomo, quel brusio della macina olandese che cotanto m'impressionò iersera, eccolo comparire al mattino nello slavato chiostro. Un cavaliere glabro s'infossa nell'armatura larga, le lunghe chiome sparse e sottobraccio il cimiero. Di certo non è Frank, benché con trepida baldanza l'uomo discorra, nell'atrio del convento, con la madre badessa. L'oblò della mia cella pare il fondo d'un caleidoscopio: il passo e la favella, che scomposti dimoravano nella memoria di Dūnhuáng, si rifanno quaggiù nell'immagine nuova che codesto stretto oblò mi procura. Costui non è venuto per cercarmi; ecco che saluta la badessa, e corre a sellare il suo destriero.
L'uggia d'autunno ci risparmiò per qualche tempo ancora, in quell'oasi ove giunse una propaggine della Grande Muraglia, che ai tempi della dinastia Han quivi segnò l'estremo Occidente dell'impero cinese (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Volli ancora condurre la Cavalletta nella gioiosa perdizione delle campagne di Dūnhuáng; tra freschi campi di mais, un'antica pagoda s'ergeva, dolce di forme e di sublime storia. Si diceva dedicata a un cavallo bianco che accompagnava il monaco buddhista Kumarajiva verso l'est della Cina, nel quarto secolo dell'era cristiana. Fu costui traduttore di molti testi del buddhismo dal sanscrito al cinese idioma; ma il suo destriero non lo seguì sino alla fine del viaggio. S'ammalò nell'oasi di Dūnhuáng; in sogno rivelò al suo cavaliere d'essere un dragone, che ne curava invero la salvezza sull'asperrima rotta. Giacché oltre Dūnhuáng la via senza perigli s'apriva, il cavallo si congedava ivi dal padrone. Morì; Kumarajiva pianse, e volle innalzare la pagoda sulla tomba del suo destriero.
Guardai la Cavalletta, che mite pedalava con lieve cigolio delle corone; l'accarezzai sul tubo del telaio.

- Destriero mio, le dissi, seppur la via dell'est dovesse farsi piana e sgombra di perigli, voglio che tu non m'abbandoni sul cammino, né qui né poi.

Pacato rispose il fremito dei raggi; un refolo di vento ci accompagnò al capezzale antico.
 

Sui laghi

data: 2008-03-10 01:33:04
Salii infine sul sabbioso dorso che rinserrava ascosa la pozza della luna. Dabbasso lasciai la Cavalletta, ben avvinta a un tronco nel frutteto. La duna s'era aspersa di pioggia, nella notte, e l'ascesa mi parve agevole. Poco affondai nel manto della morbida collina; mi volsi indietro e riguardai quel campo. V'era una donna a mietere fascine; il mio cavallo s'ergeva sano tra le fronde. Ebbi una fitta breve e dolorosa; l'indomani per noi finiva, il campestre paradiso di Dūnhuáng. D'accordo con Marianne, avremmo preso il torpedone per la bocca della Cina che si spalancava a Jiāyùguān. Siffatto loco sempre marcò la porta occidentale dell'impero cinese, benché il Grande Muro sino a Dūnhuáng s'avanzasse. Nell'oasi ch'allora rimiravo dall'alto di quel colle, le antiche carovane dovevano arrestare, con sollievo, la lotta spaventevole coi demoni del deserto. M'ero fermata tanto, su codesto orlo di Cina; era tempo d'andare. Volsi le spalle al campo.
Un'altra pozza disvelò, la cresta della duna: non era l'astro argenteo che ivi si specchiava. Il piccolo lago della luna crescente pure s'aprì, infine, a manca, assai discosto. Quivi l'allegra solitudine dei pioppi; laggiù, lo scomposto movimento delle formicole umane, e i torpedoni in fila. Dietro le dune v'erano i laghi, più d'uno, battuti o diserti dall'umana specie. Dalla mia torre di sabbia, tutto contemplavo di quel mondo, e molto m'allegrai d'essere prossima al solitario lago.
Il mattino s'inoltra; il franco cavaliere ch'olandese mi parve ha sellato il cavallo. L'ho visto allontanarsi sul sentiero che borda il tempestoso lago ove sorge il convento. La procella è quieta, ora, sotto i ghiacci; l'inverno perdura. Poco mi scalda ancora quel sole di Dūnhuáng: la Cina che seguì s'oscurò ai primi freddi. Ovvero, fu quell'incidente maggiore che m'occorse, a renderla più oscura. Certo è che, di rado, al viaggiatore male niuno incoglie; benché siffatto pensamento tenermi non possa al perpetuo riparo tra i muri del convento.
 

Note tecniche

data: 2008-03-10 01:33:27
Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

La via di Dūnhuáng a cui si fa riferimento nel blog come “strada maestra” è Mingshan Lu, dove si trovano l'autostazione principale, molti ristoranti e alberghi. Pure su Xinjian Lu ci sono vari servizi utili per i viaggiatori, tra cui l'albergo scelto per il pernottamento (una camera doppia con bagno: 50 yuan, costo negoziabile). Gli alberghi a Dūnhuáng sono molti, di vari livelli e prezzi. Nell'autostazione principale si trovano mediatori che propongono sistemazioni negli alberghi ai viaggiatori in arrivo.

Le grotte occidentali dei mille Buddha (Xī Qiānfó Dòng) sono raggiungibili con gli autobus diretti a Nánhú che partono da Dūnhuáng (al mattino) sull'incrocio tra Heshui Lu e Yangguan Zhonglu.

Il libro dalla copertina scura a cui si fa riferimento nel blog è: Judy Bonavia, Route de la Soie, Genève, Guides Olizane, 2006, 320 p.

Sul buddhismo si possono leggere in italiano:
- Michael Carrithers, Buddha, Torino, Einaudi, 2003 (1983), 110 p.

- M. Raveri, «Buddhismo» (p.335-368) e «Buddhismo cinese» (p.369-377), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p.

Nelle foto: velocipedi, riparatori e passeggiate notturne a Dūnhuáng.
 
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