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Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Ai confini del Tibet

Dal diario di viaggio di Dodamante

Blog di DODAMANTE del 2008-03-27 20:33:44
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Sulla strada dell'est

data: 2008-03-27 20:36:50
Una sottile ansia sempre m'accompagna, quando entro in una stazione di convogli a lunga percorrenza. Mai posso conoscere in anticipo le fatiche della contrattazione con i conduttori; esse sovente mi prosciugano d'energia, ben più delle asprezze del viaggio. Stamane a Dūnhuáng, tuttavia, tali fatiche m'hanno risparmiato. Il torpedone del mattino per Jiāyùguān ci ha accolte come il seno d'una madre; il conduttore s'è fatto prodigo d'aiuto e la Cavalletta è stata presa con delicatezza nella stiva vuota. Mi sono accomodata accanto a Marianne, sugli scranni nella prima fila del convoglio. Sfilavano piano i campi brulli del deserto, e poi la verde campagna del cotone presso l'oasi d'Anxī. Parlavo con Marianne, pacificata, mentre lo schermo nel torpedone offriva gli ultimi scampoli delle danze uighure dell'Ovest. Correvamo ormai, con discreta lentezza, verso l'est della grande Cina: la Cina dei cinesi Han, il cuore dell'antico impero e il centro delle alterne fortune dell'ultimo secolo. Così almeno pensavo stamane: alla sera, a Jiāyùguān, ho dovuto ricredermi. Più di milleottocento miglia ci separano ancora da Pechino, nella bocca di siffatto impervio corridoio di terra della provincia del Gānsù. E tra le genti di codesto borgo industriale, ho veduto ancora i copricapi uighuri, nel mercato serale ove ho trovato di che sfamarmi.
La strada per Jiāyùguān s'è snodata tra le spianate ove i mulini prendono il vento e ne fanno energia (http://italian.cri.cn/241/2006/10/23/122@67595.htm). D'improvviso, le diciture d'autostrada mi sono apparse note, benché di strana risonanza: «No drunken driving», e ancora: «Do not drive tiredly». Il deserto s'è vestito d'una steppa verde, di radi cespuglietti bassi. Qualcuno ha urlato, dal fondo del torpedone.
 

Misteriosi abbandoni

data: 2008-03-27 20:40:55
La ragazza gridava, e piangeva, divincolandosi. Un uomo le torceva le braccia, la faccia dura. Piangeva, ella, e gli astanti non parevano scomporsi. L'uomo dal ghigno incattivito, e dall'impunita violenza, s'è portato avanti nel torpedone. Lei pure s'è alzata, la borsa tra le mani, gli occhi ancora umidi. Il convoglio s'è arrestato a lato della strada. L'uomo è sceso, la donna no. Abbiamo ripreso la corsa con normale andatura.
Ho fissato Marianne, con lo sgomento che l'incomprensibile scena m'aveva procurato. Perché nessuno era intervenuto a separare i contendenti? Quale movente aveva procurato quel ghigno e quelle urla? Ora la ragazza pareva tranquilla, assisa sullo scranno del torpedone: come se la scena di cui poc'anzi s'era fatta protagonista non l'avesse riguardata. Avessi potuto comprendere una sola frase di siffatta pantomima! Marianne sembrava disgustata.

- Rapporti violenti; violenza e durezza... La mimica cinese è completamente differente da quella europea. Non c'è modo per noi, qui, di comunicare con i gesti, con le mani! Negli Stati Uniti, il sentimentalismo ha sostituito la spiritualità; in Cina, è lo scambio puro che domina. Ça me glace...

Non dissi nulla, sul momento; la scena aveva ghiacciato me pure. Sentivo però tutta l'ingiustizia di tale frettolosa conclusione, giacché il cinese idioma di Marianne molto più appropriato del mio non era. La mia elvetica compagna esprimeva un'asprezza di vedute che non m'apparteneva, in siffatto viaggio: giacché nulla di preciso cercavo sulla via, né il Buddha né altre illuminazioni che mi rischiarassero il cammino. Giacché non avevo aspettative, né attese, che fossero state disilluse sui percorsi di Cina, m'imprimevo come una lastra fotografica vergine di luce. Cercavo sì, l'amore carnale e terreno che brucia i cavalieri erranti sulle vie impervie del mondo; non l'esigevo a forza tuttavia, in quelle lande di Cina: poiché conosco ch'esso è un bene raro, che talora s'erge inaspettato nelle rade più diserte.
Marianne è scesa d'improvviso, nel borgo di Yùmén: cercava altre grotte istoriate dai fedeli del Buddha, a cui s'approssimava l'intimo suo. Ho sperato che non andasse, preferendo la mia compagnia sino a Jiāyùguān; ma così non è stato. Non la rivedrò più, ho sospirato stamane. Sul fare del meriggio, il ventre del torpedone m'ha reso, intatta, la Cavalletta. In codesta locanda di Jiāyùguān, ove sospendo il sonno in ragion della scrittura, l'aria della notte s'appunta ormai fredda sui miei gualciti fogli.
 

L'infinito

data: 2008-03-27 20:44:42
Codesta cittade di Jiāyùguān s'immerge nell'aria pesante delle fabbriche di concimi e di cementi, del ferro e dell'acciaio; nel meriggio soleggiato e brumoso, ho sospinto la Cavalletta sull'arteria centrale di siffatto borgo, ch'assai recente pare. Dapprima la mia cavalcatura era riottosa: segno niuno d'ampi spazi v'era, ove lanciarsi al galoppo. Un ponte sormontava l'ampio groviglio delle strade ferrate; l'isola d'un tempio buddhista s'apriva a dritta, silente e odorosa di fresche architetture. Più oltre, la via s'allontanava dal borgo verso i deserti campi.

- Chángchéng?

La donna Han ci ha fatto strada con la sua cavalcatura a ruote. Ci ha condotte a un bivio: la via a manca s'inoltrava nell'ampia spianata ove correva, verso sud, il Grande Muro che i Ming vollero quivi innalzare (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Indi la donna s'è congedata con un largo sorriso; la Cavalletta, indomita, s'è lanciata allora sul cammino vuoto di mondo e immune, infine, dagli olezzi del borgo.
Cavaliere niuno incontrammo, ch'allora galoppava nel cespuglioso deserto. Era il tempo più dolce, quando s'approssima il languido crepuscolo del dì autunnale. Quel muro che discendeva verso l'orizzonte sbarrato di montagne talora si spezzava; strade d'asfalto, e la via ferrata, s'erano aperte plurimi varchi. Torri di guardia s'innalzavano in rovina. Il muro picciolo s'indorava, negli ultimi battiti di sole; benché su di un lato fosse chiuso dall'aspro morso del filo spinato. Oltre il tracciato della ferrovia, la strada piegava a dritta costeggiando il muro. V'era quivi uno sbarramento: per proseguire, un pedaggio era imposto agli umani. Pagai: e ciò che vidi poi mi risarcì senza fallo.

Terminava quel muro nella rovina d'una bassa torre. Più oltre, s'apriva l'infinito.

Sovente mi domando se a certe visioni possa darsi un prezzo; né quel biglietto tuttavia, né la compagnia della mia cavalcatura, mi salvarono dallo spaurimento che mi procurò siffatto loco. Ivi s'aggirava niuno; sole eravamo, nell'ombra della sera che copriva il muro, nello scroscio potente dell'acqua che scorreva rabbiosa sul fondo della rupe. Sotto l'ultima torre, lo scoglio precipitava nudo nella fessura profondissima ove s'accavallava il fiume Taolai. Sull'erta sponda di fronte, l'interminato spazio del deserto. Un minuscolo ponte di legno si sospendeva sul dirupo.

Corremmo via; la notte incalzava, e la paura. Ora che a Jiāyùguān s'ergono a difesa nostra le salde sponde della locanda, siffatto turbamento ancor non m'abbandona. La Cavalletta pure ne sembra scossa. Vorrei tornare, un dì, al loco spaventevole e sublime; tale visione infesta l'animo mio, in codeste ore picciole ove il cielo si fa chiaro.
 

La Cavalletta rapita

data: 2008-03-27 20:59:44
La sera nel borgo non ha quietato tale smarrimento, benché le vie di Jiāyùguān siano serene; un poco oscure, forse. Per nulla discosto dalla stazione dei torpedoni, il mercato notturno degli Uighuri musulmani (vedere il blog “Xinjiang, i baccanali di Ürümqi”) ha saziato infine il languore aperto dalla lunga cavalcata. Zuppa di pungente aroma, e spiedi d'agnello: me ne pascevo con furore, la Cavalletta appoggiata al palo della tenda che rinserrava la minuta locanda. Era tardi; gli avventori disertavano i tavoli. La giovane uighura che serviva s'è accomodata sullo scranno a me accosto; pareva affascinata dal libretto di soccorso che conteneva gli ideogrammi necessari alla mia sopravvivenza in terra di Cina.
«Minoranza», ha indicato sul libretto, e poi ella medesima. Sfogliava le pagine con frenesia, con curiosità attenta. «Laggiù...ladro». La ragazza puntava il dito sul fondo della via delle botteghe: erano, invero, banchi protetti dalle tende, al chiarore discreto dei lumi. «Età»: ho segnato, io pure, qualche ideogramma nel libretto. «17», ha scritto lei sul mio quaderno. «Figlio», ho trovato ancora nello smilzo volume. V'era lì un bambino che ruzzava tra i tavolini bassi. La giovane uighura ha annuito col suo lentigginoso sorriso.
Quegli occhi vivi s'accanivano ancora sul dizionario; per un attimo, i miei hanno divagato verso l'ingresso della tenda. Il gelo m'ha preso: la Cavalletta era disparsa.

- La bici! ho urlato. Fuori, il passeggio nel mercato era immutato; la fioca luce della via scorreva sui banchi, come prima. Solo, la mia cavalcatura m'aveva abbandonato. Si consumava un dramma d'indicibile portata, in quell'oscuro borgo di Cina; nessuno pareva esserne cosciente. Tremavo. D'un tratto, il giovane che preparava gli spiedi ha disertato il banco; m'ha fatto un cenno.

Dietro le tende, sull'orlo d'un canale che bordava la via, giaceva un gruppo di cavalcature, ivi deposte dagli avventori delle botteghe. V'era la Cavalletta, intonsa.
Stanotte non prendo sonno, nella locanda; ne beneficia la scrittura. La mia cavalcatura s'erge nell'ingresso di siffatta, enorme stanza. Certo è inquieta, essa pure. Salva dal precipizio, presa da mani ignote nel mercato, chissà quali prove l'attenderanno l'indomani; codesto pensiero la sfiora, credo. L'affanno ancor non mi risparmia; l'alba si leva.
 

Incontri a colazione

data: 2008-03-27 21:07:00
Marianne m'attende, domattina assai presto. Ci recheremo a nuove grotte buddhiste, con un torpedone di pubblico servizio che parte da codesto borgo di Zhāngyè. La Cavalletta resta chiusa nella locanda che quivi ci accoglie. La nostra presenza, in siffatta cittade centosessanta miglia a sud-est di Jiāyùguān, è ben fortuita: avrei dovuto essere in viaggio, con la Cavalletta, verso l'antica capitale imperiale di Cháng'ān, ch'al dì presente Xī'ān s'appella.
Nel brumoso meriggio di Jiāyùguān, tuttavia, s'è consumato un dramma ferroviario: protagonista n'era la mia cavalcatura. Molta è la materia che s'offre al racconto, in codesta accidentata via di Cina; il viaggiatore accorto sa che, talora, occorre destreggiarsi per parare i colpi delle avverse fortune. La Cavalletta assai ha rischiato, negli ultimi dì; ragion siffatta vale per la mia decisione. Domani, rimarrà essa confinata nella stanza di Zhāngyè.

Era il tardo mattino, ieri, a Jiāyùguān: sortivo dal locale della colazione, ancor presa di sonno e di restante affanno, la Cavalletta alla cavezza. Una donna, dal crine bianco e d'europeo sembiante, entrava in un'altra locanda apparecchiata per il primo pasto del dì.

- Marianne! la Cavalletta ha ruggito, i freni artigliati. L'ho deposta all'ingresso; ben legata, infine.
- Je te retrouve finalement! - Ho improvvisato una danza di gioia attorno alla tavola, ove ella attendeva la colazione. Pareva perplessa; credo non fosse avvezza a tale esuberanza di sentimenti. Ha abbozzato un sorriso. Erano chiuse, le grotte che cercava il dì d'avanti, per cui discesa era dal torpedone che proseguiva la sua corsa, con la Cavalletta e me medesima.
- Sono arrivata iersera a Jiāyùguān. Non sapevo come trovarti. Je me suis arrêtée dans un hôtel bien moche. Ho perduto ogni tuo riferimento scritto.

Neppure io avevo i suoi; così ce li scambiammo. Mi sono congedata infine, giacché Corey e Jennifer m'aspettavano sulla via. Nella locanda ove la prima colazione avevo consumato, risuonavano le loro voci del britannico idioma; al fianco loro m'ero accomodata.
 

Arcieri in libertà

data: 2008-03-27 21:29:34
M'accompagno ai due giovani dal fresco idioma d'America: cercano un posto sul convoglio ferroviario che parte l'indomani per Xī'ān. Dall'oblò dell'agenzia, nel borgo, la voce d'una donna scandisce una salmodia cinese: Jennifer s'accosta. Sorge il miracolo della local favella dalla gola della giovane americana: certo il viso la rivela d'Asia, a dispetto del nome. Viene da Taiwan, questo comprendo, benché assai presto abbia calcato il suolo lontano degli Stati Uniti. Ella comunque non ha in uso tutte le parole di Cina: le cerca su di un libro, nel rapido agitarsi delle pagine.

- Treno... Xī'ān. Zì...zìxíngchē...è possibile...una bicicletta?

La donna stacca tre biglietti. I velocipedi, nulla osta, pare. Jennifer paga. Nulla si deve per la bici, di denaro. Rendo il dovuto alla giovane interprete. L'indomani – ovvero oggi, nel meriggio – ci ritroviamo alla stazione dei convogli. In sella alla mia cavalcatura, galoppo indi verso la fortezza.
A Jiāyùguān s'apre quel passo avito che, tra i monti, era guardato dagli uomini d'un forte di millenaria traccia: v'era già prima dei Ming. Costoro vollero aver ragione delle armate mongole, senza fallo, nel secolo quattordici dell'era cristiana. Il generale Feng Sheng sbaragliò i mongoli Yuan e li cacciò a nord-ovest, oltre il corridoio di Hexi. Quel passo segnò allora il confine occidentale delle terre di Cina, il termine del Grande Muro dei Ming, la fine del civile mondo dell'Impero cinese. La fortezza fu rifatta, imponente, a guardia dell'orrido deserto del Gobi ove demoni vagavano, e barbare armate, e altri. Dall'alta porta di Ròuyuăn – che per sommo d'ironia segnalava nel nome una conciliazione – s'involavano a ovest i viaggiatori e gli esiliati, i criminali ed i soldati della Cina dei Ming e dei Qing, a sopraffare l'aspra spianata del deserto. Le carovane che venivano d'Occidente, cariche di mercanzie e d'uomini lassi, sostavano prima di siffatta porta: talora per mesi, in attesa. V'era la Cina, all'est.
Dal maestoso bastione più esterno, ho mirato il deserto oltre la porta di Ròuyuăn. V'erano ancora, siffatte carovane in sosta. Ho voluto approssimarmi a quei destrieri, a quelle genti che rivivevano le sofferenze antiche.

- Camel, five yuan!

All'istante la fortezza m'ha riaccolto. La passeggiata sugli spalti e nelle corti si faceva talora difficoltosa: torme di visi Han s'aggiravano in branco tra le torri rifatte. Sul fianco del teatro ch'un tempo fu sollazzo della truppa, v'erano al dì presente gladiatori e gladiatrici dalle bizzarre alabarde, con cavalli e stendardi, musicanti e cammelli. S'apprestavano con fragore al giro dei bastioni, affinché i visitatori se ne intrattenessero. In codesto Colosseo cinese, ricercavo infine un angolo d'ombrosa solitudine. M'allontanai di qualche spanna dal cicaleccio dei percorsi consueti, nella corte maggiore; mi bastò poco, tuttavia, perché fossi convinta a rinculare. Frecce s'appuntavano sul molle petto di laidi fantocci, in siffatto angolo quieto. Gli arcieri della nuova Cina si esercitavano dall'alto, spietati, coi nemici di paglia: codesti s'ergevano, tristi e scomposti, nel vacuo ch'attirava i miei passi.
Fui fuori, infine; la Cavalletta m'attendeva dabbasso, serena, dietro il manto d'una siepe in fiore.
 

Congedi provvisori

data: 2008-03-27 21:35:30
Marianne m'aspetta, domani, nel primo mattino. Il congedo nostro di stamane, alla stazione dei torpedoni di Jiāyùguān (nella foto), perfetto s'era girato. Ella era partita, con somma commozione d'entrambe: il viaggio, che disparate fortune resero a noi comune, ivi si terminava. Era diretta in codesto borgo di Zhāngyè, Marianne, ove m'appresto ora a vergare le mie pagine. A pochi passi dalla dignitosa locanda che ci accoglie, è quivi il Buddha più grande dei dormienti di Cina, nel millenario tempio che alla statua offre riparo. Non poteva ella schivare codesta tappa, nel suo pellegrinaggio; del Buddha seguiva i rimedi per liberarsi dalla sofferenza umana, e celebrava l'oceano di saggezza del Dalai Lama che tanto scomodo pare, ancora al dì presente, per quelli di Pechino.
Commovente m'è parso dunque, il congedo nostro al mattino. Non la rivedrò più, ho sospirato. Ansiosa ero d'arrivare a Xī'ān, giacché incombeva la lassitudine del lungo viaggio con la Cavalletta; sapevo che laggiù avrei trovato una dimora ove riposare. E poi era Pechino, la somma capitale, ove sovente oggi s'arresta e parte ogni pellegrinaggio in terra di Cina. Intendevo transitarvi con solerzia, senza indugio, dacché i giochi olimpici s'approssimavano; la maestà delle folle m'opprimeva, e mai avrei voluto trovarmene irretita. Fu la Cavalletta, a costringermi altrimenti. Non me ne resta il cruccio, in verità; Marianne ho ritrovato, e la sera del borgo di Zhāngyè vivace pare, di giovane mondo allegra e fresca di vivande appetitose.
Stamane, dunque, s'allontanava il torpedone con la mia compagna d'Elvezia. Gironzolai un poco ancora per le vie di Jiāyùguān, seguendo il Grande Muro dei Ming, verso nord. Picciola era, invero, codesta muraglia d'Occidente; non era quivi, forse, che si celebrava al sommo grado «la saggezza e la tenacia del popolo... la diligenza e il coraggio della nazione cinese», come legger si poteva nel museo del Grande Muro, che nel comprensorio della fortezza s'ergeva (http://italian.cri.cn/chinaabc/chapter22/chapter220107.htm). Presto tornai nella locanda, a caricare il basto della Cavalletta; andammo infine alla stazione dei convogli. Per la prima volta in terra di Cina, osavamo la via ferrata, verso Xī'ān.
 

Il gran rifiuto

data: 2008-03-28 01:23:52
- They will not leave you pass through that «porte»!

Era minuto assai, l'uomo che mi parlava. Con serena afflizione contemplava l'ingombro della Cavalletta, silente e carica, nella sala d'attesa della stazione. Gli uomini Han delle ferrovie mi sbarravano il passo. Quel viaggiatore taiwanese, di complessione modesta e d'empatico sorriso, aveva dimorato in Francia, e meglio conosceva il britannico idioma. Interprete per me s'è fatto della malevolenza che ivi s'esprimeva per i velocipedi viaggianti. Il treno per Xī'ān era riservato agli umani; eccezione niuna si contemplava al regolamento.

- Potrei salire, e chiedere il permesso al conduttore!
- ....non ti lasceranno oltrepassare quella porta.
- Nell'agenzia, me l'hanno assicurato: le bici possono salire sul treno.
- Il capo della stazione ha rifiutato.
- Ma ho il biglietto, what can I do?
- Passerà un treno merci, un'ora dopo quello per gli umani. La bici arriverà a Xī'ān, solo un poco più tardi.
- ....non perderà la faccia, please, tell it to this man. Let's me try.
- Non ti lasceranno passare quella porta.

Il convoglio s'approssimava al binario. La porta a me davanti non s'è aperta. Con fare contrito, Jennifer e Corey sono passati dal pertugio che s'era spalancato, a me lontano. L'uomo piccolo di Taiwan pure. Forse la giovane americana non aveva saputo capire lo squittio della donna nell'oblò dell'agenzia; o s'era trattato d'un raggiro, giacché quella donna di velocipedi sui treni nulla conosceva. Il biglietto mi bruciava tra le mani; la sala d'aspetto s'è svuotata in un istante.

La Cavalletta giace, nell'oscuro fulgore del suo telaio, accanto agli scranni ormai deserti. Mai sola la lascerei, invero – lo sa bene – alla mercé del trasporto d'ignote mani: giacché essa è la mia cavalcatura, in codesta avventura d'Asia che assieme ci vide dipartire dall'italico stivale. Bramo a tornarvi con lei: sazie d'avventura, e di giunture salde, assieme.
Il funzionario della stazione m'ha rimesso il denaro del biglietto: nulla mancava, se non la commissione versata all'agenzia. Smaniavo infine d'allontanar la Cavalletta dal tristo loco del gran rifiuto, e dal borgo di Jiāyùguān, che di tanti affanni per noi era foriero: ovunque fosse, via, verso l'est. Alla stazione dei torpedoni – ove al mattino Marianne era disparsa – un convoglio si preparava alla partenza.

- Zhāngyè! ha detto il conduttore, sorridendo alla mia cavalcatura. Ho potuto avvisare Marianne, ch'ora dorme, credo, nel sereno giaciglio della sua stanza, che questa mia sovrasta.
 

Idilli quasi perfetti

data: 2008-03-28 01:33:28
Il colorato manto delle pannocchie s'affastella al suolo, nei borghi della ferace campagna attorno a Zhāngyè. Tappeti di mais maturo, e il torpedone costeggia le terrazzature ove s'addensano i pagliai, lavorano gli yak al giogo, vagano serene le pecore e le vacche. È una tale beatitudine, codesto idillio campestre di primo autunno, benché rimirato dall'interno del piccolo convoglio che sale verso le maestose montagne Qílián Shān. Marianne pare loquace, stamane.

- Potresti leggere di Jiddu Krishnamurti (nella foto), il pensatore indiano che rifiutò d'essere detto il Buddha del futuro, e il Maestro del mondo; si sciolse dai gruppi organizzati e girò ovunque parlando con la gente (www.krishnamurti.it). Diceva d'essere interessato solo a liberare l'uomo, da tutte le gabbie e tutte le paure, senza perciò voler fondare religioni o sette nuove, originali teorie o filosofie. Fu in voga assai tra gli hippies, nel decennio dei Settanta; e molto m'aiutò quando con le mie figlie restai sola, car mon mari m'avait quittée.

Il torpedone s'arresta sulla via; al bivio per le grotte buddhiste del Mătí Sì, un taxi aspetta. L'uomo Han che sale in vettura, al fianco mio e di Marianne, rinserra tra le dita il borsello d'Emilio Valentino-Italy. Lassù, quaranta miglia dal borgo di Zhāngyè, nell'arioso paradiso ch'ancor si scalda al sol del mezzodì, fioriscono gli astragali, svettano i pini sotto le bianche cime ardite. Pure s'innalzano, invero, bassi padiglioni ch'offrono ogni ristoro alle carovane dei gitanti. Ma l'orizzonte è largo, modeste le tracce dei visitatori; le coste di tenera arenaria offrono spazio ai templi, ai segni rupestri degli artisti del Buddha. Bianco s'innalza, accosto al sentiero che avvalla, lo stupa che s'adorna delle khata tibetane (http://tecfa.unige.ch/tecfa/teaching/UVLibre/9900/bin25/page6.htm#offrandes). Sciarpe di seta, queste, la più parte di candido nitore, ma gialle pure, o arancio, talora blu. Doni devozionali, simbolo di rispetto, d'umiltà e di benedizione, offerti alle divinità, ai monaci o a freschi sposi. S'agitano al tenue vento attorno al monumento, che molto ricorre nelle terre del Buddha: giacché stupa marcarono i luoghi storici ov'egli passò, e ne raccolsero le ceneri. Vi si fa solitamente, ancora al dì presente, armonica custodia di reliquie e testi sacri; attorno vi girano i fedeli, in senso orario.
M'apprestavo a girare; Marianne mi precedeva tra le fronde, sull'orlo del dirupo, quando lo vidi. S'avvicinava di buon passo, calando dall'alta costa del monte.
 

Le gemme della montagna cava

data: 2008-03-28 01:37:54
- Frank, c'è Frank!

Marianne non s'è scomposta, a dire il vero. L'olandese parlante (vedere il blog precedente) s'è fatto a noi accosto, rassettandosi la coda di cavallo.

- Non ho mai amato gli uomini con la coda! ha proferito Marianne, più tardi. Frank è subito partito, giacché discendevamo alle grotte che s'aprivano a pagoda sul nudo strapiombo; egli ne veniva, e non ci accompagnò. Fu un bene, credo, giacché la prospera favella di costui avrebbe turbato per certo l'aerea beatitudine del sito.

Tra effluvi d'erbe profumate, scendemmo a quelle grotte di millenaria devozione. Rinserravano esse, nei labirinti di corridoi e ripide scalette, in sette piani, le immagini scolpite del Buddha e del pantheon suo. Portavano talune addosso del denaro: tra le vesti che le ricoprivano, o tra le dita. Marianne depose quelle banconote ai piedi delle statue, contrariata. Poco capivo di codeste immagini; assai avevo galoppato nel Vicino Oriente, e avvezza ero ai segni dell'Islam. Nelle mie precedenti scorrerie, affatto m'ero imbattuta in simili presenze d'Asia. Marianne m'ha iniziato, stamane, nelle grotte del Mătí Sì. Sul balcone più alto del formicaio buddhista, m'ha parlato delle tre gemme su cui s'edifica la dottrina ch'ella segue. Per primo il Buddha, l'Illuminato che si cura degli uomini; poi i suoi insegnamenti, che trasmettono la legge universale del Dharma, le regole e i comportamenti virtuosi. Il Samgha infine, la comunità che quegli insegnamenti ognora pratica, l'assieme dei grandi uomini che hanno raggiunto l'Illuminazione, e aiutano altri a farsi illuminati. Così diceva, la mia compagna dal bianco crine; mentre l'ascesa si faceva ardua, nel ventre della montagna cava. D'improvviso ella s'è fatta cheta.

- Je descends, je ne me sens pas bien. Ti aspetto fuori.
 

Maestro Oceano

data: 2008-03-28 01:44:46
Immota, tra l'erbe odorose di siffatta costa, Marianne pareva sana, ancorché inquieta, in attesa. Nulla mi disse del malessere che l'aveva forzata alla discesa; sortì infine dalla silente posa, e volle mostrarmi qualcosa, lì accosto.

- Codesto rudere sublime, j'en voudrais faire ma maison, vorrei che la mia casa fosse!

Non fui grandemente impressionata, a dire il vero, dai diruti blocchi ivi giacenti. Chissà per quale via si dirottarono i pensieri suoi, giacché – sul cammino che allo stupa risaliva – del Maestro Oceano mi narrò, ch'ella seguiva. Debbo confessare che quasi nulla ne sapevo, sino a stamane, del Dalai Lama e del grande Tibet che dai cinesi di Pechino fu diviso nella Regione autonoma, e in altre province d'intorno. Era il quattordicesimo dei Dalai Lama, Tenzin Gyatso, ch'ella aveva sovente ascoltato nei viaggi di lui nel mondo occidentale. Doveva essere l'essenza illuminata del Bodhisattva della Compassione, che aveva scelto di posporre il suo proprio nirvana per propiziare la liberazione degli uomini dalla sofferenza del vivere. Leggeva di tutto, sin da bambino, tutto ciò ch'era possibile trovare: così Marianne mi disse. Giovane uomo, era fuggito in India, giacché all'autorità spirituale legava, per tradizione, nel Tibet, il potere decisionale d'un capo politico: siffatto ruolo non piaceva ai cinesi. Alterne e secolari erano state le relazioni con le dinastie di Cina, che mai s'erano mostrate indifferenti alle lande tibetane. L'Armata della Cina popolare – al tempo che fu di Mao Tse-Tung – si fece avanti, e più non arretrò. Nel 1959, il Dalai Lama fu dunque in India: ventiquattro anni aveva, Marianne diciannove.
 

L'aspra passione di Marianne

data: 2008-03-28 01:49:21
Assai più tardi, Marianne approdò alla scuola buddhista dei virtuosi Ghelugpa dai berretti gialli – il ne s'agit pas d'une secte, non è una setta come sovente è scritto!, diceva la mia compagna d'Elvezia, mulinando il passo sul sentiero. Codesto lignaggio riconosceva la suprema autorità del Dalai Lama; ed ella pure vi si consacrò. Per il Maestro Oceano erano la compassione, il perdono e la tolleranza, i valori primi; i secondi, l'armonia e la comprensione tra le maggiori tradizioni religiose del mondo, giacché esse, tutte, sono atte a creare buoni esseri umani. Infine v'era la causa tibetana, di cui il Dalai Lama si rendeva portavoce in esilio, sino al dì che avrebbe celebrato la soluzione mutuamente benefica per Tibetani e Cinesi (www.dalailama.com/page.2.htm).
Mi sembrò allora di comprendere la ragione di certe asprezze della mia compagna d'Elvezia; capivo ch'ella si dibatteva, nel sommo tentativo d'essere libera dal dolore e dalle passioni che la vita le aveva riservato. Nondimeno, l'illuminazione ancora le sfuggiva; si lanciava talora nelle avventure del viaggio con un coraggio cieco, con l'assoluta dedizione alla disciplina del percorso che s'era fabbricata. Sovente, però, le cose non andavano come avrebbe desiderato: certi lochi le erano interdetti, le grotte chiuse, i prezzi più alti – giacché non sopportava la negoziazione, questo capii ben presto. Parve dunque, Marianne, appuntare quell'asprezza sui visi degli Han, che pure avevano cacciato il Dalai Lama dal suo palazzo tibetano, nell'alto borgo di Lhasa. Temo che sia vieppiù inquieta, nel seguito del viaggio in terra di Cina; come lo è stata oggi, in specie verso sera, al rientro nella locanda ove la Cavalletta m'attendeva, in buona forma.
Il sentiero, nell'aureo paradiso del Mătí Sì, scendeva a valle un poco. Ivi si vide un tempio. Entrammo nella corte.
 

Il peso del denaro

data: 2008-03-28 01:59:18
A dritta dell'ampio portale, nella corte, Marianne s'arrestò davanti a un cerchio dipinto di colori gioiosi, ove il Buddha s'ergeva trionfante sullo splendido seggio, tra gli accoliti e le bianche cavalcatu- re, il manto verde di feconde colline e le candide cime d'asperrime montagne.

- Un mandala! esclamò, rapita. C'est qu'il faut pour la méditation.

Pensai che volesse meditare, di fronte a codesta immagine dell'infinite forze dell'universo. Sapevo ch'era avvezza a siffatta pratica; ad essa aveva introdotto le figlie, al tempo dell'infanzia loro. La lasciai sola e m'avvicinai al tempio che s'addossava al placido pendio. Quattro monaci sedevano a lato dell'ingresso: purpureo il panneggio dell'ampia tonaca, rasato il crine, affastellavano le banconote delle offerte, pescando i tagli grandi. Contavano e contavano con energico vigore, per nulla intimiditi dalla presenza mia lì accanto. La porta del tempio era sbarrata; m'allontanai, turbata un poco da tale terrestre accanimento. Marianne pure li vide, infine; e nulla disse.
Calava del crepuscolo l'ora trepida, sul borgo di Zhāngyè; rientrava il torpedone del Mătí Sì, ancorché tardi perché il Buddha dormiente si mostrasse agli umani. La grande statua, che molti richiamava in codesta animata cittade del Gānsù, ai visitatori presto s'ascondeva. Oggi l'ho mancata, dunque; e domani pure, giacché all'alba partiamo per l'alto borgo di Xīníng, nella montana provincia del Qīnghăi che fu già Tibet: ove nacquero l'ultimo Dalai Lama, e il fondatore Tsongkhapa della scuola dei Berretti gialli.
Pure, potrei restare ancora con la Cavalletta, nel sereno borgo di Zhāngyè che s'anima di vita nella notte, e contemplare il Buddha nel dì che si farà, domani. Marianne andrà a Xīníng, senza il mio seguito. Eppure, ho già deciso di riporre codesto Buddha nel loco delle mancanze del viaggio; quel parco ch'alberga nell'animo mio, ombroso di placidi rimpianti, turgido dei percorsi non fatti, dei sentieri non battuti. Credo ch'ora m'attanagli l'oscuro timore del viaggio in solitudine, della contrattazione per il trasporto della Cavalletta; perciò voglio partire con Marianne, domattina. Oppure di profonda affezione per lei si tratta, benché la mia compagna d'Elvezia talora s'inasprisca verso me pure. Stasera, nello slargo vivace apparecchiato di vivande, di spiedi d'agnello e yogurt ci nutrimmo; di picciola moneta ella mancava, e pagai per lei pure.

- Potresti rendermi il dovuto, giacché temo d'obliare il fatto? le chiesi a tarda sera, prima di coricarmi.
- L'argent, toujours l'argent! rispose, piccata. Est-ce que tu as peur que je te vole? Pensi che voglia derubarti?

M'ha reso il denaro. Domattina, all'alba, assieme ci rendiamo a Xīníng.
 

Passaggi di quota e d'umore

data: 2008-03-28 02:04:48
La strada sale e sale, fior di tornanti senza parapetti, e ancora il passo del monte si fa sullo sterrato, benché una nuova galleria appaia in costruzione. Penso alla Cavalletta che s'erge tra i bagagli, sull'ardua cima del torpedone, e m'auguro che sia bene assicurata al tetto: un decollo le sarebbe fatale. Debutta la discesa, sull'opposto versante; leggo il passaggio a quota tremilasettecento, e quasi mi pare che sia fallace, codesto pannello stradale. M'auguro che la via sia sgombra d'alte cime, per il seguito, sino a Xīníng: poco più di duecento miglia, dal borgo ameno di Zhāngyè al capoluogo del Qīnghăi, la terra accidentata che fece parte dell'Amdo tibetano. Il convoglio rallenta, benché non fermi quasi mai, nella lunga mattinata di siffatto viaggio. Si scende verso valle, senza dubbio; nondimeno, il borgo di Xīníng giace oltre i duemila. Codesto torpedone si stringe di mondo; il corridoio s'accatasta di scarti. Marianne s'è chiusa in un silenzio grave, che la ripara. La giovane Han che siede a noi davanti soffre di gola; apre il finestrino. Un bolo di saliva espelle, e ancora, e ancora filamenti di catarro s'eruttano da quella bocca senza fondo, voragine di orca. Il freddo sale nel catafalco immondo; l'indifférence, ça me sidère! urla quasi, Marianne, raccapricciata, e scuote il capo della ragazza-orca.
S'arriva infine, sul fare del meriggio, nel faticoso parcheggio dei torpedoni di Xīníng. Sul tetto del convoglio, libero la Cavalletta dalle pastoie miracolose che l'hanno trattenuta per via. Si porta bene. Mani di sicurezza l'afferrano dal basso; un uomo dal sembiante del Tibet l'accompagna nel breve volo sul tiepido asfalto. M'avvicino alla stiva per cercare il basto della mia cavalcatura. Marianne vi trovo, gli occhi segnati dall'umido affanno che ivi la trattiene.
 

Ruggini allo sbarco

data: 2008-03-28 02:09:10
- Une salope... lo sportello... la donna ha preso il suo bagaglio e l'ha lasciato andare, lo sportello! J'étais là-bas...ero sotto.

La stiva del convoglio s'apriva come il bagagliaio d'una vettura; un fermo non v'era, che quel peso sostenesse. Marianne n'era stata investita. Restava in piedi, attonita, sotto quel colpo estremo ch'era sferrato ai sogni suoi di Cina; non pareva ferita, se non nell'intimo suo.

- Forget it! mi venne solo; dimentica, andiamo via.
- Tu ne penses jamais aux autres! è esplosa lei, partendo d'improvviso, sola. Camminava senza volgersi indietro, nella via piena di mondo che scavalcava un fiume limaccioso. Tu non pensi mai... la vedevo marciare senza posa, senza appuntare lo sguardo su cosa alcuna. Le fui a una spanna, con la Cavalletta; l'accostai. Restò in silenzio.

- Can you tell me where the Post Hotel is? L'uomo Han ha scosso la testa; nulla capiva dell'idioma che la donna dal crine bianco gli indirizzava. Ella ha proseguito, smarrita. Le ho fatto cenno: a manca, la locanda s'ergeva, oltre la via brulicante di motori.

- A single room! Marianne s'è rinserrata dentro. Credo che la vedrò stasera, per il desinare. Qualcosa s'è ossidato, tuttavia, nel ferreo smalto del mio sentimento.
 

La mistura del borgo

data: 2008-03-28 02:16:42
È andata al Tă'ĕr Sì, stamane, il monastero dei Berretti gialli che i Tibetani appellano Kumbum, diciassette miglia a sud di Xīníng. Resto nel borgo, oggi, con la scrittura e la Cavalletta, le ho detto. Pare piuttosto grande, siffatto capoluogo del Qīnghăi, che fu avamposto dei cinesi Han e centro di scambi dal secolo sedici dell'era cristiana. Fosse per l'architetture, si direbbe un borgo come tanti della Cina; eppure v'è un quartiere, accosto alla stazione dei convogli a ruote, ove il sembiante delle genti quasi per nulla appare Han. S'ergono affollate moschee, e botteghe di succulenti dolci – donne dal velato capo servono dietro il banco; uighure non sembrano, e gli uomini indossano i copricapi bianchi dei musulmani Hui. Sono costoro cinesi che seguono l'Islam, d'origini diverse; molti degli avi loro furono mercanti arabi e persiani, che giunsero nelle terre di Cina per la Via della Seta. Nei secoli ivi si stanziarono, e comunemente s'espresse la progenie, infine, nel cinese idioma. Lungo la strada ove Marianne ieri marciava, astiosa e sola, s'agitano pure le palandrane rosse dei monaci buddhisti, e ancora visi tibetani. La Cavalletta sale e scende, e pedalar m'è dolce in questo borgo; benché l'altura raffreddi l'aria, e come di nebbia sia fosco il cielo.
Sulla panca d'un minuto giardinetto pubblico, m'attardo a scrivere, la mia cavalcatura al fianco. Un gruppo di bambini Han s'accosta, a contemplare siffatti strani caratteri latini. Siede una donna anziana. Mi parla, e la favella suona come familiare: sei sola? Sono sola io pure; adesso siamo due. Trottano carrozzine e infanti dall'incerto passo; un uomo anziano s'esercita nel corpo, piegato sugli attrezzi al bordo d'una lacustre melma. Dal fondo, una remota musica e il trillo dei martelli s'alzano sui palazzi in costruzione. M'avvio, alla ricerca dell'alto tempio della Montagna del Nord, ove s'apre la vista sull'assieme del borgo (foto sotto). Il tempo del vespro s'avvicina; la Cavalletta è stanca, e infine sento che s'intralcia il moto dei pedali. M'affaccio con timore verso il basso delle ruote: la picciola corona, che regge la catena, come il foglio di tenera carta s'è piegata. Non salgo al tempio. Poco discosto, un uomo Han apparecchia il carretto tra velocipedi di malandata forma.
 

Sulla via della collina

data: 2008-03-28 02:21:17
A poco serve la favella, quando la necessità si manifesta nell'evidenza d'un ingranaggio che non marcia. L'uomo subito capì che la corona andava ribattuta sull'incudine, affinché riprendesse la forma consueta, e indi le funzioni. Si mise all'opra; s'alzava allora il vento freddo della sera. Tremavo già, scossa dall'aria e dall'affanno di codesto sciagurato evento. L'uomo batteva e armeggiava, batteva e rimontava, mentre la corte d'intorno si faceva spessa. La gente del quartiere s'incuriosì alla malattia del velocipede straniero. Vennero bambini e ragazzi, e donne anziane, e altri. Due ore passò l'uomo, chino sulla Cavalletta. Fu largo il suo sorriso, quando la mia cavalcatura fu rimessa in piedi, sanata e lesta. Volle, per quel lavoro, il denaro che in Europa vale la gazzetta d'ogni giorno, o il caffé del dopopranzo.
Nella locanda trovai Marianne, assisa nel salotto di faccia a un uomo giovane. V'era la notte ormai, di fuori. Ella mi raccontò serena di rare beatitudini nello spirito eccelso del monastero di Kumbum; molto ne aveva apprezzato il pellegrinaggio verace dei fedeli, che ivi si faceva. Intendevo andarci l'indomani; Marianne mi diede le notizie necessarie. Ella s'apparecchiava invece a visitare il lago del Qīnghăi, ove gli uccelli si radunavano a Niăo Dăo, l'isola della riproduzione, benché il tempo dell'anno non fosse adatto a quella vista. Niu Xiao Jun, l'uomo che dirimpetto a lei sedeva nella ricezione della locanda, le avrebbe procurato gli opportuni mezzi, giacché dal borgo il lago era lontano.
Mele, convogli di mele gialle e rosse; la strada polverosa sale dolcemente, verso il monastero di Tă'ĕr-Kumbum. Il torpedone s'affolla di visi tibetani; la luce uggiosa del tardo mattino accompagna gli astanti sino alla discesa nel borgo di Huángzhōng. La Cavalletta stamani è rimasta al riparo: la strada temevo accidentata. Il monastero s'allarga di botteghe ch'offrono souvenir; prendo la via della collina, e tra i silenti campi s'apre senza pedaggio la porta dei fedeli, dei monaci buddhisti e degli avventurieri.
 

Nel monastero

data: 2008-03-28 02:25:56
Giovani pellegrine ascendono sull'alto colle, sopra la cittadella del monastero di Tă'ĕr-Kumbum, nella continua successione d'agili piegamenti che le portano a terra, prostrate e umili, e poi ritte di nuovo, e ancora a terra. Tre monaci curvano il rosso delle tonache sul tetto d'un tempio che si rifà al fragore dei martelli. Un canto salmodiato s'espande: viene dalla porta d'una dimora ove s'erge un cucciolo di cane, in attesa. Una fragranza dolce, come di burro, impregna l'aria.
Nel fondo della valle, i templi più lontani s'empiono di fedeli, di genuflessioni e di fiammelle, di giri rituali intorno alle mille dorate immagini del Buddha; ancora quel tenero odore, e banconote offerte in voto, e mele. Le fiammelle ardono nel burro di yak, da cui tale fragranza; almeno credo. Una madre solleva il suo bambino, la picciola fronte poggiata sul pianale delle offerte. Nella corte dei templi, le ruote delle preghiere girano e girano, sospinte dalle mani dei fedeli; metallico stridore ne deriva, ch'al vento lanci quelle invocazioni e le sospinga ovunque.
Ecco quei fiori e cavalieri, elefanti e destrieri nel burro costruiti. Nel tempio più discosto d'una fila, un monaco brusche parole mi grida; che io esca, subito, giacché la porta ora si chiude.
Ancora un tempio, ove al gigante rullo lancio la mia preghiera: che trovi io un grande amore in questo viaggio. Se l'auspicio ovunque si disperde, sulla rotta dei venti, è possibile invero che il viaggio si prolunghi, sino al compimento di tale cura.
D'improvviso rammento il culto teatrale, le mille fiammelle e la voluttà delle icone che vidi in Georgia. Benché quivi tutto appaia ferace, sovrabbondante di frutti e di denaro, di granaglie e fiori artificiali. Nondimeno s'avverte l'aura del loco sacro; le monacali litanie sovente si mischiano, invero, con lo squittio dei visitatori di gruppi organizzati ch'alto si leva, come non fu in Georgia. Ciò in specie nel sito più sacro del Tempio Maggiore, dal fulgido tetto che risplende di bronzi e di ori, che s'innalza ove fu detto nascere il grande fondatore Tsongkhapa nel secolo quattordici dell'era cristiana. Sulla via centrale della cittadella, ove s'apre la più parte dei templi, il passaggio dei visitatori si snoda tra l'ali dei mendìci tibetani.
 

Ai confini del Tibet

data: 2008-03-28 02:33:58
Piove, stamane nel borgo di Xīníng. L'uggia del cielo bluastro procura il sonno. Non mi disturba, tuttavia: giacché mi culla il mite sciabordio del torpedone che s'avvia per la lunga rotta di Xī'ān. Marianne è andata pure, presto nel dì, ancor peregrinando per altri monasteri. Non la rivedrò più; non ne sospiro, infine.
Breve è la strada che per noi si snoda ancora nella provincia del Qīnghăi, madre del grande lago degli uccelli, dell'acque del Mekong, dell'Azzurro Yangzi e del Fiume Giallo. Landa di monasteri tibetani, ricetto di scarti nucleari e confino di cinesi in esilio; sfilano i campi di granturco, annacquati dal rivolo di pioggia che irriga la vitrea membrana del convoglio. Montagne dalle rosse venature, e la vegetazione si fa rada; distesi sulle mobili ottomane, pochi viaggiatori contemplano il liquido mondo di fuori. Tutti uomini Han; un solo viso cinese di donna ai conduttori s'accompagna. In tre s'esprimono nel britannico idioma, e la favella loro mi pare eccezionale. Così pure risulta d'eccezione la cura dei conduttori per la Cavalletta: dacché il torpedone nella stiva bestie macellate porta, loco non v'era sotto per la mia cavalcatura. Viaggia essa dunque al rango degli umani, nel corridoio vuoto accanto ai letti; obiezione alcuna si leva. I conduttori l'hanno disposta con delicata tempra. Dolce sopor mi prende; l'aria serena di siffatto viaggio mi conforta, e m'abbandono al sonno nell'ora tarda del meriggio. Tutta una notte ancora, per cullarsi al trepido rollìo che finirà a Xī'ān.
Il viaggio nostro s'avvolge verso l'est; nell'indolenza che mi stringe, vaga il moto del pensier mio per l'ovest tibetano, verso il mito di Lhasa, l'alta città che fu del Dalai Lama. Non posso dire d'averla mancata, dacché giace a più di milleduecento miglia di strada ferrata da Xīníng. Molto invero m'incuriosisce, quel remoto borgo, e la storia del Tibet per secoli conteso, protetto e dominato già dalle armate della Cina imperiale, sottoposto alle mire d'espansione dei Britannici e dei Russi all'inizio del secolo venti, ufficialmente incorporato nella Cina popolare nel 1951 (http://en.wikipedia.org/wiki/Tibet), sostenuto dai rami antichi e più recenti della politica statunitense (www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=6530). Un mondo ch'era feudale quasi, ove resisteva il servaggio, che fu abolito allora dai cinesi: così dicono quelli di Pechino. Il servaggio sarebbe sparito, giacché il Tibet s'avviava nell'era moderna pur senza i cinesi; così si dice dai tibetani in esilio. Comunque sia, il groviglio della storia non s'appiana: l'antico Tibet si frammenta nelle nuove carte di Cina; «divide et impera», così si fa qui pure.
Piove e annotta quasi, mentre il Tibet s'allontana; passa la via accosto al Fiume Giallo (nella foto), laddove sorge il grande borgo di Lánzhōu; si vede la città, benché quivi non fermi il torpedone. La serena brigata s'arresta più tardi sulla via; a cena m'invitano, i miei compagni Han. Nel viaggio, risento talora come un'adozione, quando molti s'adoperano d'intorno perché la mia strada agevole si renda; il mio stato di cavaliera solitaria, e il buffo mio destriero, sovente m'accrescono l'umana simpatia. Il sonno sopraggiunge, e m'abbandono.
 

Note tecniche

data: 2008-03-28 02:43:28
Per le foto di questo blog, si ringraziano Anne-Lise Vodoz e Valentina Mencarelli.

Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

Per una carta del Tibet (con la città di Lhasa), vedere: www.vwmaps.com/tibetdetail.html. La carta qui indicata è stata commissionata dall'organizzazione non-profit ICT (International Campaign for Tibet), basata a Washington DC, Stati Uniti (www.savetibet.org/us/index.php). Per le relazioni tra questa organizzazione e la politica statunitense, vedere: www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=6530 (‘Democracy Promoters’ and Tibet).

A Jiāyùguān, parecchi alberghi, ristoranti e il mercato serale degli Uighuri si trovano attorno all'autostazione di Lanxin Xilu. L'albergo scelto per il pernottamento è su questa via, scendendo a destra con le spalle all'autostazione, quasi all'incrocio con Xinhua Zhonglu (un'ottima camera doppia con bagno: 100 yuan, costo negoziabile).

A Zhāngyè, un buon albergo si trova presso la torre del tamburo (gŭlóu), al centro della città: Liángmào Bīnguăn (tel.0936-8252398, Dong Jie Shizi, circa lo stesso costo del precedente per una camera doppia con bagno).

A Xīníng: Post Hotel (Yóuzhèng Bīnguăn, tel.0971-8133133, 138 Huzhu Lu). Camera doppia con bagno: 80 yuan, costo negoziabile.

Per spostarsi a Jiāyùguān, la cosa migliore è noleggiare una bicicletta. Ci si può rivolgere alla reception del Jiŭgāng Bīnguăn (hotel, in Xiongguan Xilu; costo del noleggio: 6 yuan al giorno, con una cauzione di 300 yuan).

Per andare da Zhāngyè alla zona del Mătí Sì, dall'autostazione sud (nán zhàn) parte al mattino intorno alle 8.30 un autobus per il villaggio di Mătí Hé. Bisogna chiedere di scendere al bivio per il Mătí Sì, dove in genere si trovano taxi in attesa (restano da percorrere ancora 9 chilometri circa, costo 10/15 yuan a persona). È meglio accertarsi che ci sia un autobus per tornare a Zhāngyè (l'ultimo dovrebbe partire da Mătí Hé alle 16) perché la strada non è molto frequentata dalle autovetture ed è difficile trovare un passaggio.

Per andare da Xīníng al monastero di Kumbum (in cinese: Tă'ĕr Sì), partono autobus urbani dal piazzale antistante la stazione ferroviaria che conducono alla zona della Porta occidentale (Xī Men). Qui si trovano piccoli autobus per il villaggio di Huángzhōng dove c'è il monastero. Per le indicazioni esatte, si può domandare nella reception del Post Hotel oppure contattare Mr. Niu Xiao Jun (tel.13195791105). Il ritorno a Xīníng in autobus non dovrebbe presentare problemi.

Nelle foto qui sopra: moto al monastero di Tă'ĕr-Kumbum; la Cavalletta dietro lo sbarramento che chiude la Grande Muraglia presso il fiume Taolai (Jiāyùguān).
 
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