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Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Le ruote di Pechino (Beijing)

Una Cavalletta nella capitale della Cina, parte prima

Blog di DODAMANTE del 2008-07-24 11:55:57
Leggi gli altri blog di DODAMANTE sul giro del mondo in bicicletta
 

Timori notturni nella stiva

data: 2008-07-24 12:00:37
Paurosa notte, nella stiva vuota del torpedone che da Tàiyuán s'allontana. Sola, nel buio pesto, senza il caldo conforto delle masserizie d'altri umani. Le mie corone, sovente, tremebonde si fanno per l'ardua vicinanza d'aspri colli – involti, pacchi e bauli di forte ingombro e peso – che danno arrecar possano alla meccanica mia. Pure temo, però, lo spazio troppo vuoto: giacché, se l'aggancio ai sostegni è malfatto, il mio telaio s'adopra come batacchio di campana, e tutto di me rimbomba nel cupo ventre della stiva. Timor siffatto presto m'ha abbandonato: Dodamante ai sostegni m'ha ben assicurato; il portello s'è chiuso, colla dolce possenza del conduttore. La strada, buona mi pare, dacché il convoglio rolla dolcemente, senza scosse. Chissà perché, mercanzia niuna porta, codesto torpedone, nella capitale; pure non vi sono letti per gli umani, solo semplici scranni. Il viaggio, nondimeno, prende la notte intera, benché Pechino disti trecentoquindici miglia solamente, dal borgo ove sì bene ci ricoverò Li'ya (vedere il blog precedente).

Paurosa notte, codesta: giacché a Pechino, forse, per me termina il viaggio colla cavaliera mia. Quando stracche arrivammo a Tàiyuán, e prima pure, ella mi disse che troppo v'era di sfinimento, nella lunga cavalcata nostra d'Asia, nelle contrattazioni pel trasporto e pel ricovero mio nelle locande. Che mi tenessi pronta per salpare, sola, tra le merci d'un convoglio ferroviario, verso Mosca di Russia; laggiuso, il cavaliere Nicolaj m'avrebbe presa, e serenamente custodita sino all'arrivo di lei, Dodamante, che s'arrendeva alla retrocessione nella fanteria. Più distesa m'è parsa, poscia, nei molti giorni che trascorremmo assieme a Tàiyuán, benché fossero funestati dalla pioggia; ma nulla più mi disse su codesto caso, e ancora temo ch'ella voglia abbreviare il viaggio mio con lei. Molto me ne dispiace: di più, sono sdegnata. L'avventura nostra, sempre o quasi s'è fatta assieme. Vero è che, talvolta, ho dovuto aspettare ch'ella tornasse a prendermi; ero nel verde d'un cortile o d'un giardino, o nella fresca penombra d'un appartamento. Il viaggio, tuttavia, da quel punto riprendeva, la cavaliera mia col suo destriero, senza fallo, assieme verso l'est. Ora si tratta d'una storia nova: la traversata di Russia, ciascuna per suo conto la farebbe. Per me i perigli d'uno sbatacchiamento senza vigilanza, e della concupiscenza degli umani; per Dodamante, le ignote fatiche riservate ai fanti. Idea siffatta ho in spregio; e molto m'opporrò al suo facimento.
 

Triciclo pechinese

data: 2008-07-24 12:07:48
S'apre il portello: ecco Dodamante ch'a terra depone le ruote mie, col sorriso d'una serena notte. M'allaccia il basto, avanti e diretro. D'improvviso m'abbaglia, il latteo biancore della luce, nel primo mattino pechinese. Ho perduto i fanali: in Turkmenistan quello anteriore, a Tàiyuán l'altro. Resta il vibrante lucore dei parafanghi, e l'acuto senso delle antenne-freno: con esse m'oriento, con quelli scruto il mondo ch'alle mie ruote accosta. Non piove: che anzi, un sole pallido sembra bagnare l'umane forme e quelle dei convogli, i carretti e gli altri velocipedi in sosta sul piazzale della stazione. Per nulla essa mi pare d'eccezione, o di supremo splendore, benché sia Pechino, nel tempo ch'ai Giochi prossimo si rende. M'appoggia Dodamante alla sponda d'un carretto. S'empie codesto di lunghi steli, paiono porri; v'è pure un altro sacco, il cui contenuto bene non distinguo. Ho grande simpatia pei tricicli che lavorano sodo, in specie quelli che di verdura carico si fanno. Nel mezzo dell'amabile colloquio, ove chiedevo a quel carretto cosa di grazia portasse e ove fosse diretto, è giunto il pedalatore suo, col sembiante amabile d'un buon risveglio. L'ho veduto fare un segno a Dodamante: sto per partire col triciclo, fai attenzione alla cavalcatura tua. Questo di certo voleva dire; un solo istante, arrivo, ella gesticolava di rimando, nel mentre che di cibo si forniva da un barroccio lì accosto.
L'uomo m'ha sottratto quella compagnia; Dodamante m'ha preso allora, con tutto il carico, per sospingermi sino alla grata che circonda il piazzale. Ivi s'è nutrita di fagotti ripieni, e latte di soia, benché non mi paresse entusiasta della colazione. Indi meglio m'ha equilibrato il basto; poscia m'ha inforcato con sorprendente energia.

- Bene, mia cara, ha detto ella, eccoci a cavalcare nell'immensa metropoli, la più popolosa sinora del viaggio nostro, benché Istanbul pure non sia da meno.

Davanti al piazzale, ho veduto un poderoso snodo di vie sopraelevate. Un brivido m'è corso sul telaio; l'avventura d'Istanbul non s'è estinta nell'oblio, e ancor vibrano di paura i raggi miei (vedere il blog “Istanbul, balcone con vista sui grattacieli”). Con dolce fermezza la cavaliera m'ha accompagnato in strada.
 

Incidenti dolosi

data: 2008-07-24 12:13:32
- Quivi risiedono più di dodici milioni d'umani, e milioni ancora vi dimorano, che sono lavoratori d'altra provenienza; benché nel cuore di Beijing, «capitale del nord», cittadini si fanno meno di nove milioni, così pare, e gli altri nei sobborghi o alla campagna attorno (vedere nelle “Note tecniche”, parte seconda). Preparati a una lunga galoppata; siamo nell'ovest della cittade, andiamo verso la piazza Tian'anmen. Forse saremo in strada per ore; credo però che, la via, piana si faccia, e non accidentata come fu a Istanbul. A te mi raccomando, perché codesto trotto agevole ci sia.

Per nulla mi spaventa, la lunga via che Dodamante annunzia. Piuttosto, temo la spedizione che di me ella vuol fare, a Mosca, sul convoglio delle merci. È tempo di mostrarle che codesta avventura deve proseguirsi assieme; il modo mi procuro, oggidì, perché ella comprenda e infin rinunzi all'orrido proponimento.

- Tian'anmen? domanda la cavaliera mia a un fante di passaggio. A dritta s'allunga il braccio di costui; ivi mi spinge Dodamante, costeggiando dabbasso la via sopraelevata.

Grande è codesto viale; vi sfilano carrozze a motore d'ogni forma, benché non manchino cavalcature mie pari. Poca attenzione porgo alla strada, tuttavia; il basto mio pare un macigno, stamane, e il collo mi si torce nello sforzo. Una mappa dispiega Dodamante: l'ebbe da Li'ya, lo ricordo, a Tàiyuán (vedere il blog precedente, paragrafo “Il mondo in sella”). «Il centro di Pechino, da grosse aureole stradali pare incoronato: siamo in prossimità della seconda, almeno credo», così mi dice ella. Le antenne-freno annusano la mappa: m'è poco comprensibile, l'odore dell'inchiostro cinese. Pure, m'è parso di fiutare qualche scritta in caratteri latini; dev'essere appesa più avanti nel viale.
Forte mi stringe i freni, Dodamante, benché la strada in pendenza non sia: vuol dunque che in sicuro porto la conduca, perché sola si possa riposare, senza l'ingombro mio, nel mentre che – impacchettata e muta – viaggio, nel cupo ventre d'un convoglio, pei geli siberiani. Così giammai sarà: e mordo il freno. Prima quello davanti; poscia, un par di miglia dopo, pure l'altro: perché capisca ella che, dal sostegno mio, esimersi non puote.
Coi freni mozzi, s'atterra Dodamante, accigliata. Credo sospetti il boicottaggio. Nulla mi dice; nel mattino che s'inoltra, a piedi mi sospinge per una viuzza ch'entra nel quartiere.
 

Il sollievo della Cavalletta

data: 2008-07-24 12:19:26
Non sembra antico, codesto quartiere ove siamo; neppure di fresco fabbricato, tuttavia. Certo mi pare un'accozzaglia di cemento. Pei velocipedi non fosse, che invero ancor vi sono a profusione, direi che poco splendida mi pare, siffatta capitale della Cina. Vibra, la delusione mia, tra le dita della cavaliera che mi porta.

- Sciocco destriero, meriteresti ch'ivi t'abbandonassi, alla mercé d'un cavaliere pechinese, così vedresti se codesta cittade è così brutta come la pingi ora, senza nulla sapere.

- Tanto m'abbandoni comunque! grido, con stridor di raggi, il manubrio scuotendo con desolazione.

- Cosa dici! salta su Dodamante, con aria offesa. Mai ho voluto cederti ad altri, e tu lo sai.

- Come! Stai per mandarmi, sola, a Mosca, sperando che quel Nicolaj mi prenda al termine del viaggio.

- Nicolaj... e poi, lassa di viaggio ero, quando codesta idea ho proferito. Mai, mai più vorrò separarmi da te, nell'avventura nostra, che non sia cosa di pochi dì; con te, al termine del viaggio voglio arrivare, a riveder quel sole forte ch'il Mediterraneo piega, che gli uomini laggiù fa sragionare. Era questo, dunque, che tediava l'andatura tua, nel tempo ultimo delle cavalcate nostre! Ora comprendo. Sappi che, il boicottaggio, a poco serve. Al riparatore devo sottoporti: non lamentarti, s'egli le antenne tue ora ti torce.

D'improvviso, leggiadro per me il carico si fa; d'un quintale di libbre, mi pare d'esser liberata. Dodamante m'ha tolto il basto, invero. Un vecchio riparatore Han, piccolo di statura e senza denti, armeggia malamente sui fili miei dei freni. Sbava costui sui giunti miei; l'incastro giusto non coglie. L'ufficio infin rassegna, con mestizia. Dodamante, pure, lieta non pare. Ella mi porta via; e di sollievo ancor mi ringalluzzo.
 

A Tian'anmen

data: 2008-07-24 12:22:43
Più oltre, nella via, altro riparator s'adopra, d'attorno alle cavalcature di mia specie. Più giovane, costui, di muta precisione. Mi prende, per nulla intimorito dall'esotico sembiante mio d'Europa. Armeggia i fili; sento la maestria del tocco suo, benché fredda mi paia. Non una sfida, né un piacere, dev'essere per lui codesta incombenza sul velocipede straniero: solo un travaglio, come altri. Rammento la festa che mi fecero a Xīníng, quando si piegò in due la corona mia picciola (vedere il blog “Ai confini del Tibet”, paragrafo: "Sulla via della collina"). E l'uomo che mi curò a Tàiyuán, che pure brevemente mi rapì, felice come un infante ai primi giri di ruota sul triciclo. Siamo a Beijing, Pechino, la capitale della Cina: anco i riparatori, forse, almeno quelli più giovani, s'aprono oramai al mondo d'Occidente, e poco s'impressionano pel passaggio d'un ciclo infortunato, che pure da lontano assai proviene. Oppure, è l'effetto dei Giochi: il rispetto assoluto per ciò che attiene lo straniero, l'armonia e la stabilità che s'impone, perché il grande evento serenamente possa compiersi. O forse, è solo il temperamento suo proprio. Comunque sia, l'uomo sa il fatto suo: tornano intatte in un baleno, le antenne-freno con cui m'oriento in strada. In pace sono allora, rassicurata e sana. Il prezzo, pure, si fa modesto, per una capitale: lo stesso d'un caffé sull'italico suolo. Dodamante ristabilisce il basto, e da quel riparator congedo prende.
Di nuovo sul viale, la pedalata mia schietta si fa, nell'ora che per gli umani al desinar s'appressa. D'un tratto, m'arresta Dodamante presso una coppia di gendarmi al passo.

- Tian'anmen? Qui dietro, fa segno l'uomo, sorpreso un poco da question siffatta.

Ecco l'enorme piazza, la più grande al mondo, il cuore di Pechino e della Cina, che fama trista serba per gli eventi sanguinosi dell'anno 1989 (http://news.bbc.co.uk/onthisday/hi/dates/stories/june/4/newsid_2496000/2496277.stm; http://it.wikipedia.org/wiki/Protesta_di_piazza_Tiananmen, vedere anche nelle "Note tecniche", parte seconda). Dodamante m'arresta e guarda.

- Tutto qui? le domando.
 

Comizio a due ruote

data: 2008-07-24 12:28:58
Dodamante mi fissa, sconsolata.

- Come sarebbe, tutto qui? Cosa aspettavi, sgraziato biciclo che altro non sei?

- Perché così mi tratti, ora che sanata sono, e lieta pure pel viaggio nostro ch'assieme si continua? Forse che non c'è libertà d'espressione, pei cicli, in codesto paese?

La cavaliera ancora attonita pare, e non risponde.

- Siffatta piazza enorme non mi pare, né bella, invero! Quasi grido, con stridor dei freni novi. Tante vetture vi sono intorno, e una grata m'impedisce il trotto. Cose splendidissime ho veduto in Cina, ho memorie mirabili, ricordi straordinari. Cosa v'è dunque, d'eccellente, quivi? D'un lato vedo un tetto a pagoda appeso su di un bastione rosso, col ritratto di quel cinese dalla fronte alta che chiamano Mao. Sul lato opposto, un brutto palazzo squadrato coi pilastri, che tempio moderno sembra. Laggiuso, accosto al giardinetto, un edificio bianco e secco: la stella gialla della bandiera cinese sul fregio rosso in cima e, più sotto, i cinque cerchi colorati dei Giochi. Pure, le camionette dei gendarmi, benché non molte, invero. E poi là dietro... quel palazzo austero e lungo, che da colonne circondato pare, ove s'agitano al vento tante bandiere rosse, timor m'incute. E gli aquiloni di cui mi parlasti, ch'accender doveano di colore il pallido azzurro del cielo, sovra Tian'anmen, ove sono volati? Non ne vedo. Faticano, le consorelle mie, sui lastroni di pietra del selciato, ma al cuore della piazza si vieta a noi l'accesso: là, ove a grappolo s'addensano gli umani. E quel palazzo austero...

- Taci, o mula, per una volta sola! prorompe Dodamante, con lamentoso tono. Ma non m'inganna: lei pure, credo, s'erge delusa un poco sulla canna mia. Non è il momento, così ancor soggiunge. Sappi che, al cuore della piazza, il mausoleo s'innalza del padre della Cina popolare: quel Mao che morì nell'anno 1976 (foto al centro). Il muro rosso, ove s'appende il ritratto di lui, Porta della pace celeste era nomato: ivi s'entrava nella Città proibita degli imperatori. Dall'alto della porta, il primo ottobre dell'anno 1949, Mao proclamò la repubblica popolare della Cina: riposa ora la sua spoglia mortale, imbalsamata, nel palazzo squadrato che per nulla ti piace.

- Potrò vederla? a Dodamante chiedo, interessata.
 

Bicicapitale

data: 2008-07-24 12:33:42
- E la bici di Mao, pure nel mausoleo laggiuso si conserva?

- Povera cavalcatura mia! Mi guarda ella, intenerita, chissà perché. Andiamo ora, aggiunge Dodamante, a cercare una locanda per la notte.

Ciò detto, con dolce garbo, mi spinge via da quel selciato.

- Non m'hai risposto! Punto le ruote, indispettita.

- Senti, sbuffa la cavaliera, non è il momento: te l'ho già detto, mi pare.

Sono sicura che nulla sa della questione, Dodamante, perciò di risposta non mi degna. Solo, non comprendo perché l'ignoranza sua ammettere non voglia. Sono, io pure, velocipede ignaro delle cose del mondo, in specie quivi, in Asia. Ma la curiosità mi spinge, talvolta, più dell'energia.

- E quel palazzo lungo, pieno di bandiere rosse? E gli aquiloni?

Inutile: ella tace. Rinsecchita la favella sua come le fauci, di sabbia, avesse piene. Mi figgo allora sulla via ch'innanzi alle mie ruote si dipana. Siamo ora accosto al giardinetto che vedevo prima: di tante consorelle miro la sosta, rallegrata. V'è pure un uomo Han, assai grassoccio, che benedice al sole il composimetro suo, sulle ginocchia ampie apparecchiato. Passiamo un arco, anch'esso rosso, tra le fronde: e siamo fuori, oltre la piazza che tante di questioni m'ha istillato.
Dodamante mi guida con sicura mano: me ne sorprendo, invero, giacché la strada, oggidì, nova pure si fa per la cavaliera mia. Comprendo tuttavia ch'ardua non è la galoppata, in siffatta capitale della Cina, se sui viali grandi essa si snoda: codesti a scacchiera quasi si dipanano. La via è piana, senza salita alcuna. V'è sempre una corsia ch'ai cicli si riserva, almeno così pare; e tanti ve ne sono, di cicli e di tricicli, ancora, benché vetture non manchino, sportive e lussuose pure. D'improvviso, un vecchio velocipede a noi s'accosta: ed è allo stremo.
 

I patimenti del vecchio mulo

data: 2008-07-24 12:38:48
- Oh! prorompe Dodamante, turbata dal patimento dell'anziano destriero. Certo, forze non serba, così addobbato, povero vecchio mulo!

Stride, la rossa cavalcatura sfiancata dal carico sformato: che pena, al pensiero dell'ambascia che deve stringerle i raggi! Uno dei sacchi neri crolla dalla groppa ormai lassa, grattando sul selciato. Il conduttor s'atterra, perplesso, e guarda tra le ruote. M'appoggia allora Dodamante a quella grata che segna il corridoio pei cicli. All'uomo s'avvicina, e con le mani il carico sostiene. Altro ci vuole, credo, perch'il destriero annoso trovi giovamento. L'uomo riassesta il carico; a Dodamante cenno rivolge di ringraziamento, e parte. Per noi il cammino a dritta volge; la triste andatura di quel duo presto dispare.
Un vicolo s'apre, e profondo s'infossa in altro mondo che per nulla ricorda le grosse arterie pulsanti di vetture. La cavaliera mia ivi mi spinge. Certo mi piace assai, codesto vicolo stretto, e silenzioso. Allo stipite d'una porta che s'apre sulla strada ella m'appoggia, col basto pieno. Indi vi entra.
Quando vi esce, il sembiante suo mi pare rabbuiato.

- In quest'antica casa col cortile al centro, dimora oggidì una locanda, ch'assai preziosa si fa pei viaggiatori. Troppo cara per noi, in ogni caso. Cerchiamo altrove.

- Oh! sospiro io, con disappunto lieve. Pei vicoli potremmo continuare la ricerca: molto m'aggrada, codesta quiete, e le casette basse coi tetti grigi che vengono a spiovente, le porte sulla strada! Quivi, di certo, molte cavalcature di mia specie trovano dimora, e i giochi degli infanti, e l'attese delle donne anziane.
 

Picconi e ruspe

data: 2008-07-24 12:43:59
- Cara la Cavalletta mia, come tu sai, io pure amo la quiete del tempo antico, ove a Pechino soli erano gli hútòng, vicoli stretti che furono seimila, pare, all'alba degli anni cinquanta del secolo passato. Era speciale, pure, la marcia loro da est a ovest; e le dimore, a complessi precetti si conformavano, secondo l'arte tradizionale del feng shui, ch'era d'ausilio all'architettura (http://it.wikipedia.org/wiki/Feng_shui). Il tempo venne dei picconi: la vecchia capitale del nord troppo ricordava il potere assoluto dell'imperatore. Divenne la capitale della Cina comunista: molto ne fu cambiato, molto ne fu abbattuto, dell'antico borgo d'imperiale fulgore. V'erano mura e mura, canali e canali; porte magnifiche, e archi di trionfo in marmo e in legno: l'ordine cosmico disceso in terra. Nulla o quasi ne resta, così pare. Codesta distruzione fu operata al tempo di quel Mao, in specie durante la Rivoluzione culturale, nei dieci anni prima che costui morisse e fosse imbalsamato. Fabbriche s'insediarono nei templi, dimore principesche divennero caserme.

Divaga, come sempre, Dodamante. Parla di mura, e monumenti antichi. Dei destini degli uomini comuni, delle dimore e delle cavalcature loro: di questo discorrere vorrei, e non di altro.

- Le case, e i vicoli?

- Le case su cortile, tra molte famiglie vennero divise. Al tempo del passaggio di Tiziano, venticinque anni or sono (vedere nelle “Note tecniche”, parte seconda), i vicoli erano miseri e sporchi; le case, meandri di baracche. V'erano latrine di quartiere, fetide fosse senza divisori per ciascuna persona; al mattino si faceva la fila, giacché, le case su cortile, di gabinetti interni erano prive. Così scrive costui: benché nulla abbia veduto coi miei propri occhi, come sai.

- Qui attorno, non vedo file.

- Il tempo venne pure delle ruspe. Già Tiziano vide innalzare enormi blocchi, ove piazzare le misere masserizie delle genti. Da allora, sino a oggi, Pechino ognor si fa cantiere in movimento. E dei vecchi hútòng, sempre meno ne restano, benché...
 

Nella locanda di foresta e terra

data: 2008-07-24 12:47:34
- Non vedo file, né latrine, invero! Così rispondo, sbigottita, a tal dissertazione.

- Vedremo, aggiunge ella. Per ora andiamo, con solerte trotto; giacché presto, in confortevole locanda, accomodar mi voglio.

Mi risospinge Dodamante sul viale ove incrociammo l'oberato mulo. Ivi mi lancio, dall'ansia punta di deporre il basto e di volare, senza peso, pel mondo di quei vicoli che tanto allettano le ruote mie. Ancora una locanda, troppo cara. Non mi dispiace, d'abbandonarla subito: l'edificio assai moderno pare, benché s'affacci su picciola e serena via. Temo che facile non sia, l'accomodamento nostro: siamo a Pechino, al prossimo dei Giochi, e certo le locande dimandano non poco di denaro ai viaggiatori inermi. Dodamante tuttavia sfiduciata non pare; mi riconduce, ora, su di un viale grande e di vetture pieno. D'un tratto, i freni agguanta: s'erge una targa sulla via, ch'in fondo ad una svolta i passanti rimanda. Ivi si figge lo sguardo nostro: il palazzo laggiuso di novo nitor si fregia. S'innalza esso su uno slargo che per nulla l'antico tempo echeggia. A manca, s'apre l'asettica luminanza d'un supermercato. A ruote levate sarei fuggita, altrove; in codesta giungla pechinese, indugio sul da farsi un poco.

- Foresta e terra, in simile profusione di cemento! Una locanda che così s'appella, di certo merita d'esser visitata.

Così asserisce la cavaliera mia: e in un baleno siamo dentro.
Trovasi un paravento, nell'ingresso, ove staziona di buon grado un confratello rosso, le ruote senza blocco. Ivi ristò, in attesa. Di Dodamante odo la voce provenire da quella ricezione.

- Centocinquanta...
- Duecento!
- It is too much! Good bye.

Eccola che torna, a passo lento, con far meditabondo.

- Centottanta!

L'ultima voce d'uomo pugna la cavaliera mia sull'uscio. Ella si volta, e piano torna nella ricezione.
 

L'auto di Mao

data: 2008-07-24 12:59:09
Libera, infine, dal basto che m'ingombra! La stanza è buona, pare; stasera vi troverò dimora, giacché nulla s'oppone, quivi, al mio ricovero al rango degli umani. La vista, dall'alto della camera nostra, pende sui tetti di vecchie case col cortile: così mi dice la cavaliera mia. Di siffatta notizia molto m'allegro.

- Pure, alla vista di Mao rinuncerei, se tu pei vicoli mi conducessi ora.

- O Cavalletta mia, credo che codesta visione, quella di Mao intendo, ardua si faccia, talora, per gli umani pure. Occorre che io provi, prima, sola: poscia ti saprò dire. Quanto alla bici del Grande Timoniere, poco ne so, notizie non trovai, mi spiace. Forse l'ebbe in gioventù; pure, non sembra memoria che oggidì serbar si voglia. La sua prima vettura, che Stalin gli donò, si trova ora nel Museo militare (http://italian.cri.cn/351/2008/06/27/67@105384.htm): non credo tuttavia che questo t'interessi.

M'estrae dal paravento: e sulla strada tutta m'ingalluzzo, felice della galoppata che s'annunzia. Ma Dodamante ancora al passo mi conduce. So che s'appresta a un desinar tardivo: per buona sorte, ella s'avvicina a una bottega ove s'offre una focaccia che molto all'italica pizza rassomiglia. Indi mi porta, sbocconcellando, pel mondo stretto degli hútòng.
 

Il mostro senza palpebre

data: 2008-07-24 13:04:09
- Hallo, hallo! Li'ya?
- Yes, dear!
- I am in Beijing. All is ok. Missing you.

So ch'era una promessa. La cara compagna dei giri nostri, a Tàiyuán, della salute di noi segno attendeva. In codesta bottega, una cornetta s'offre tra le uova: per pochi denari si può telefonare, se di apparecchio mobile cinese s'è sprovvisti. Purché attenzione si faccia a quella mercanzia. Per me, lontana resto, poggiata al tronco grosso d'un albero residuo. Non so capire se davvero mi trovo nei vicoli più antichi: nondimeno le strade strette, le casette a un piano, le botteghe animate e le taverne, tanto sereno brulicar di vita e di passaggi lenti, certo mi piace. Più ancora, sul fare della sera, l'animazione si fa lieta, benché caldo non sia. Pure, chiaro si fa il tramonto, oggidì. E mi sorprendo: giacché m'era nota la cupezza del cielo di Pechino, le polveri nell'aria, i fumi industriali e la bruma perenne. Forse è l'effetto dei Giochi, che pure al cielo commissionano la necessaria armonia; più ancora, credo che sia codesta stagione, ch'a Tàiyuán di tanta pioggia i giunti miei asperse. Quivi, a Pechino, il tenue autunno è amato, pare, pei cieli sgombri e la frescura; vibrano i raggi miei di lieto ardire, e gran piacere ancor mi porta codesto mondo degli hútòng ove presto annotta.
Al trotto mi sospinge ora Dodamante: sfilano sul selciato destrieri giovani e malandati cicli, la ciarla di vecchie dame e i lenzuoli al vento. D'improvviso, s'erge una barriera: un muro cieco infin ci arresta e corre lungo. S'appoggiano ad esso taluni bugigattoli che sembrano latrine, o ripostigli; odor malsano non ne viene. Trottiamo, all'uopo d'aggirar quel soffocamento: quivi si spegne l'universo che puotesi guardare tutto dal basso d'una sella. Ci ritroviamo sotto la mole d'un gigante, fiero e impudico, che fosco noi occhieggia dappertutto: senza palpebre, il mostro.

- In guardia! m'atterisce, di Dodamante, il grido.

Credo ch'ella avrebbe perso il senno, se altrove non l'avessi trascinata con improvviso scatto.
 

I giganti e la bambina

data: 2008-07-24 13:07:14
Dietro quel muro cieco, v'è un viale: un fiume di corsie, per meglio dire. Ivi ci rimettiamo in marcia, con mestizia. Ruote d'altro universo; d'altre speranze si nutrono, codeste architetture. Tutto è possente, maestoso e novo: Dodamante mi pedala come automa, smarrita nel rombo grigio delle strade. Un cubicolo nero ci sovrasta: sembra spuntato dalla terra, tartufo mortuario ch'ancor di pelle residua debba liberarsi. Più oltre, s'erge il castello d'un novo imperatore Federico, bruno, con due torrioni che s'aprono alla via. Sull'ampio vuoto d'una piazza, il moto mio s'arresta. Parti! grido sgomenta, giacché s'attarda la cavaliera mia sull'orlo d'un enorme ferro che sfavilla, fiammeggiando al sole il guscio suo, lucido e rovente.

- Se proprio non vuoi tornare negli hútòng, portami almeno in un giardino, o in una piazza ove mi senta meglio... che sia pure la piazza Tian'anmen!

Ella pedala, crudele e muta. Ecco un palazzo che pronto al crollo sembra, dacché dente d'acciaio lucidissimo lo stringe: s'aggrinza la rete di metallo ch'il blocco tutto tiene. Stridono i freni miei, piangono i raggi: fatta non fui per aggirarmi al piede dei giganti, ma per seguir le piste che dolci s'offrono ai cerchi. Pure, di me a pietà Dodamante si muove, o di se stessa. Verde s'allarga un fazzoletto, ove ristà una siepe, e piccoli cespugli, e un alberello; quivi m'arresta la cavaliera mia. Seggono gli uomini al mahjong, o ad altro giuoco intenti. In guisa di ginnastica, s'agita un'anziana nelle membra. Sola s'aggira una bambina, all'ampio cielo gli occhi consacrati. Volar vorrebbe, coll'ali di quel giuoco che non s'alza; sola non puote. E gli uomini, del passero di lei ch'arrota l'ali, cura non hanno.

- L'aquilone!

Sorride infine, Dodamante.
 

La porta dell'Europa

data: 2008-07-24 13:12:19
- Ben presto annotta, ormai. Volentieri ti condurrei domani a Tian'anmen, così dice la cavaliera mia. Sappi però che non vi troverai sollievo. È il tempo del congresso dell'unico partito della Cina, in quel palazzo austero con le bandiere rosse, che tanto di timor ti suscitò stamane (nella foto a sinistra, www.tuttocina.it/tuttocina/dirigenza.htm). Forse si circola liberamente, sulla piazza e d'intorno. Voglio però aspettare; pure, domani è necessario che dai russi si vada, giacché ci occorre quel lasciapassare.

Dodamante mi tiene alla cavezza, verso la locanda. Non bramo, invero, di tornare sulla piazza ove s'è fatta, e ancor si fa, la storia grande della Cina. Che pure miri, sola, la mummia di quel Mao, e quella villa grandiosa e proibita che fu dimora degli imperatori. Per me, voglio giardini e vigne, e l'arido deserto; sentieri e vicoli, cortili, e il silente abbraccio d'altri cicli. D'altra natura mi figurai, Pechino. Pure, sono curiosa; e ancor resisto.

L'indomani, di buon mattino, Dodamante mi guida verso nord. Indi mi lascia, d'una schiera folta di cavalcature in lieta compagnia. Poco, dura, codesta attesa; quasi me ne dispiace. Amabile s'ergeva quella schiera, ospitale, e d'alquante storie ricca. La cavaliera mia presto riappare, col sembiante allegro d'una novella buona.

- Domani, in questo loco, ben avremo dai russi il lasciapassare nostro, ella mi dice. Il cavaliere Nicolaj ci invita a Mosca con lettera formale. Potremo circolare pel paese, in ogni dove, per due mesi, sino a ch'il verno stringa quella terra in più serrata morsa.

Ella mi monta, con tutta l'energia che viene dal sollievo d'una porta facilmente aperta; più ancora, giacché codesta porta è quella dell'Europa.

- Occorre festeggiare: andiamo dunque verso la campagna!

Inutile che dica del mio trasecolare a quest'annunzio.
 

Dalla banana all'agnello

data: 2008-07-24 13:16:00
Cosa Dodamante intenda, presto m'è chiaro. Così pure comprendo che, per raggiungere siffatta parvenza di campagna, lungo si deve fare il trotto mio nella cittade. Ella ancora a nord mi spinge, e poi volge a occidente. Grandi viali si parano innanzi alle ruote mie; ma più ormai il fren non si spaura. Già m'aspetto l'ombra massiccia dei giganti, torri brune e trasparenti alveari, acuminati denti e gomiti specchianti. Il verde vuoto noi attende, forse; e stringo i raggi, nel supremo sforzo ch'al piacer mi guida. Un mostro dalla pelle chiara divora una pagoda, che pur rispunta, in alto, sovra il tetto. Umani con le pale rifanno il marciapiede tra i giganti; e sotto l'ombra pendula d'una banana che s'alza a grattacielo, una donna arranca sui pedali del triciclo suo.
Dodamante m'appoggia a una finestra sulla via, ove si vede gente al desinare intenta. Al tavolo siede, accosto a due ragazze, proprio davanti alla postazione mia di fuori. Prego! Esse l'accolgono con grande cortesia, a lei quel cibo offrendo, e le bacchette, perché dal piatto comune ella si nutra. Vibrano i freni miei di sommesso riso; schizzinosa la so, e so che ora con gesti cortesi ella dirà: grazie, arriva presto il piatto mio!
E arriva invero un piatto di succulenti spiedi d'agnello, e di fumante zuppa che pure di quello odora; insalata, e pane turco, che simile mi pare a ciò che vidi nella lontana Cina d'occidente. Quasi d'umana natura la stomaco vorrei, per l'occasione.
Dodamante mi rimette per via; e ancora manca, al verde. Galoppo senza sosta per un'ora buona, e sempre tra i palazzi. Pure, un lembo di giardino appare, così mi sembra almeno: ella m'accosta alla grata ch'un parcheggio stringe. Ivi mi lega, e dice: vado a vedere. Codesto sopralluogo, più di tre ore dura. Riappare Dodamante al farsi della notte. Vorrei disarcionarla; e attendo che d'una spiegazione ella mi degni.
 

Cavalcate notturne

data: 2008-07-24 13:22:42
- O Cavalletta mia, ti prego di scusarmi: v'erano umani a profusione, ma velocipede alcuno, nel parco del Palazzo d'Estate, ove la corte imperiale rifuggiva il calore estivo di Pechino. Correre a prenderti non ho potuto; ti sarebbe piaciuto il loco, invero. V'è un grande lago, al centro. Una lunga galleria aperta ai lati, di pitture ornato il tetto, corre lungo la riva nord, sotto una collina disseminata di templi buddhisti. Non ti sarebbe stato agevole salire in alto: molti e molti gradini, per conquistar la cima di quel colle ch'alla longevità è consacrato. Qianlong, che imperatore fu dei Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/Qing.htm), rese grande e bello il giardino imperiale alla metà del secolo diciotto; cent'anni dopo, o poco più, l'imperatrice vedova Cixi s'adoperò perché l'insieme dei palazzi fosse rifatto e preservato. Incendi e altre rovine vi furono nel secolo passato; ameno e ridente tutto sarebbe, oggidì, e riposante la passeggiata attorno al lago, se meno s'affollasse della gregge umana, e i velocipedi s'ammettessero pure. Al tramonto, tuttavia, il ciel s'è fatto delle mille tinte d'una brace morente; quella malìa m'ha vinto. Ecco che torno, infine, ch'è già notte.

Sapevo ch'avrebbe trovato la maniera perché la stizza mia si svaporasse. Pure, ora galoppo pei viali che in piena luce ardui mi parvero, stamane. Non so cosa succeda: ma il trotto mio si fa spedito, leste le ruote, agile il telaio. La campagna ho mancato: ma la notte pechinese è fantasmagoria. I giganti, nel buio, si fanno mansueti e sfavillanti di colore. Immenso parco dei divertimenti quasi mi pare, codesta capitale notturna della Cina; persino il torrente di vetture sui viali, coi minacciosi occhi ch'accecano il trotto delle cavalcature, inoffensivo sembra. E mi sento cinese, un velocipede tra gli altri, ignoto, a tutti eguale. Di tale anonimato godo, e Dodamante pure; almeno credo.

Ella m'arresta ad un crocicchio. D'un tratto, a noi accosto, un cavaliere l'ugola s'arrota. Dodamante lo fissa, con terrore: che voglia lui lanciare uno scaracchio, quivi, sui piedi e sulle ruote nostre? Costui ella rimira; e senza indugio coglie, l'uomo, il sembiante nostro d'Occidente. No, no! Scuote la testa, dispiaciuto pel tremore ch'il gesto suo c'ispira. Lo sputo in pubblico è interdetto a Pechino, pare, pel galateo che prepara ai Giochi. L'uomo riparte; e pure noi, indietro un poco.
 

A casa, verso il cielo

data: 2008-07-24 13:27:29
Ritrovo la gioiosa schiera che m'allegrò la sosta presso la postazione russa, ieri. Pure stamane, tuttavia, l'attesa mia non si fa lunga. Presto ritorna Dodamante sventolando il lasciapassare, col dolce riso che scongiura, infine, l'ansia d'un rifiuto.

- È fatta, dice in piroetta, possiamo andare! O Cavalletta mia, si torna a casa!

Credo ch'alla locanda nostra di Pechino non si riferisca. Non so per certo, dacché molto mi spostai nel mondo con la cavaliera mia, e pur casa niuna ci possiede, in nessun loco. Mi pare, tuttavia, che quel Mediterraneo abbia nel cuore, ella; e le fronde d'ulivo, i lecci e le ginestre, l'alloro e il rosmarino, le palme e i pini, gli agavi e i limoni. Ancor mi sfugge perché ella spinga le galoppate nostre negli angoli remoti d'altre terre, per vie di borghi impervi e di vetture pieni. Pure, questo comprendo: forma dev'esser dell'umano ingegno, codesta irrequietudine che punge pur nel loco più dolce. Siffatti cavalieri, e cavaliere, amano il sole, certo, che li ha plasmati infanti; o pur la pioggia, forse, se li forgiò altro clima. D'abitudini non sono schivi, o di manie, o d'amorosi palpiti per altri umani o le cavalcature loro; secreto impulso tuttavia li rode, e sulle vie d'ignote terre li sospinge. Vagheggiano talora di parcheggiare l'ossa nel tiepido uliveto, e lì ristare; ma il tarlo non si placa, e torna a travagliar l'inappagate viscere.
D'altra natura si fanno i velocipedi, o almeno i ferri miei: sono curiosa, molto, di percorsi novi, e alla cavaliera mia forte affezion mi lega. Amo però la galoppate negli spazi vuoti, e pure non disdegno il reiterarsi dei percorsi noti. Il sole non mi sfianca, né mi corrode l'alito salmastro. La notte di Pechino pure m'elettrizza; ma se potessi esercitar l'arbitrio ch'agli uman si riserba, nel buio d'un sentiero ognora correrei, d'attorno al mediterraneo lago.

- È fatta! cantava Dodamante, a un dipresso dalle ruote mie. Andiamo, andiamo verso il cielo!

Mi turba, invero, esplosion siffatta d'esaltata allegria.
 

Il raccolto dell'imperatore

data: 2008-07-24 13:34:27
Il cielo è a sud, pare, giacché laggiuso l'antenne mie si volgono. Pure, codesto cielo è chiuso da una grata; ampio giardino s'apre, dentro, ove cicli non vedo. Quivi Dodamante m'affigge, perché della verzura possa godere almen l'odore. Poscia in bottega entra, e ne riesce con la sporta d'una colazione. Indi in quel parco s'allontana. Dopo il meriggio, infin torna e mi sbriglia.

- O cavaliera mia, noiosa un poco s'è fatta quest'attesa, accosto a velocipedi d'altri e alle vetture molte, in sosta e in moto. In esigua misura ho gustato l'ombra di quel verde; dei prati e delle belle fronde, che l'arguzia del sole cotanto benediva, oggidì, fiutai le stille solamente. Che cielo è mai codesto, che solo per gli umani culla si fa, e le cavalcature loro lascia fuora?

- Il figlio di siffatto cielo era l'imperatore della Cina, al tempo di quei Ming (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm) ch'ancor di velocipedi della specie tua non si dotavano. L'imperatore Yongle volle quivi innalzare il Tempio al Cielo consacrato, che al dì presente pare si faccia simbolo avito di Pechino. Veniva allora l'ispirato figlio a celebrare i riti più solenni, e poscia gli altri Ming e i Qing. Il cielo e la terra, con sacrifici, l'imperatore propiziava, perché con gli umani fossero indulgenti, e feraci raccolti loro procurassero. Alquanti sono, gli edifici, nel complesso grande. V'è anco un muro circolare, che l'umano sussurro propagar dovrebbe, come eco: ma troppe voci ivi convergono, o Cavalletta mia, perché codesta meraviglia si produca oggidì. Il tempio della preghiera per il buon raccolto (nella foto) s'erge splendido assai, col triplo giro di quel tetto che, nel cerchio suo, il blu profondo dell'antico cielo specchia. Con pilastri di legno codesto edificio si sostiene, senza chiodi. Pure, l'invocato cielo non gli fu clemente: alla fine del secolo diciannove, un fulmine l'incenerì. Subito si rifece, tuttavia, eguale a prima.

- Morirono, di genti, nell'aspra ribellione del cielo contro il tempio?

- Non so precisamente, risponde Dodamante con fervore. Pure, pochi nel sito ch'a te si barra erano ammessi allora. Forse si sollevò quel cielo contro l'immobile statuto di colui che s'appellava figlio suo; dacché solo costui, l'imperatore, al cielo le preci rivolgere potea, quivi, senza ch'il popol suo n'avesse parte (http://italian.cri.cn/chinaabc/chapter22/chapter220113.htm).
 

Formiche e Cavallette d'elettrico vigore

data: 2008-07-24 13:38:26
- E il popolo, dunque, se ora gli è possibile d'accedere a quel tempio, di sacrifizi e di preghiere il cielo di Pechino infin riempie, in siffatto loco? E anco, perché di poca tolleranza si fanno verso i cicli della specie mia?

- Cavalcatura, da lontan venisti, e pure eccezionale sei, lo so per certo. Ma in Cina, tutti i destrieri egual si fanno, almeno per la legge: solo accompagnano i cavalieri e le cavaliere nelle strade dei borghi, da un edificio a un altro; o alla campagna, sui sentieri. Quando costoro smontano, di norma fuori s'apparecchiano, in attesa, i destrieri loro. Pensavi forse che, in virtù d'antico privilegio, quando di soli velocipedi o quasi la gente cinese si forniva, potessi quivi assurgere al rango degli umani? Andare ai templi, passeggiare in sale di museo, correre senza briglia tra frasche di giardini? Ricordi cosa accadde, in quel di Jiāyùguān (vedere il blog “Ai confini del Tibet”), quando meco ho voluto portarti sovra il treno?

- E pure, sempre ho accesso al soffice calpestìo delle stanze ove tu dormi, nelle locande! grido, con l'angoscia somma che la fresca memoria ancor m'adduce. Dodamante mi scuote la cavezza.

- O Cavalletta mia, sappi che sempre vorrei condurti meco, in specie pei viali di fronde e di verzura cinti. Ma non posso eccedere per te, giacché le prescrizioni quivi strette si fanno, pei cicli e per gli umani. Per noi, nelle locande, alla consuetudine si deroga; perché straniere siamo, credo, e dunque meritevoli di special trattamento. Pure, ti sarai accorta che le vetture guadagnano terreno, in Cina; benché, sinceramente, ancor mi pare che della specie tua molto vi sia. Certo, milioni di cinesi si fanno ancora cavalieri, benché sognino d'altro, forse! E molti s'affidano a quelle consorelle che spedite vanno con minor fatica del pedalatore, giacché una batteria le spinge (www.ecoage.it/le-biciclette-cinesi-diventano-elettriche.htm). Quanto al Tempio al Cielo, nessuna prece ho veduto innalzare, né umani in trepido raccoglimento; che tutto, anzi, pareva il brulicar del formicaio ch'una carcassa succulenta abbia scoperto, e ora con fragor s'appresti a divorarne i resti. Benché l'insieme sia di perfezion sublime, e amabilmente preservato sembri.
 

Avventure in moschea

data: 2008-07-24 13:46:12
Mi sella, Dodamante, e corre a perdifiato sul viale, quasi volesse indennizzarmi per la mancata vista del giardino celeste. La folle galoppata ad occidente volge; subito si spegne, tuttavia, nel breve trotto ch'ad altra inferriata mi conduce. A nova attesa mi dispongo, ahimé; altro non posso fare. Nondimeno, s'approssima la notte: la cavaliera mia non tarderà, dacché nei siti riservati agli umani l'ingresso presto si vieta, nella sera. E ancor nel buio ella dovrà condurmi, e nella festa delle luminarie di Pechino, che molto i raggi miei allieta. La via ove ristò poco m'attrae; e si tramuta in sonno quell'attesa.
Sognavo, e mi spauriva un sogno d'abbandono. Per le ruote, sola, come vitello sgozzato m'appendevo al gancio d'un vagone. Esso rollava, con fragore; ondeggiava, quel telaio mio, al guscio duro del convoglio sempre urtando.

- Sono la cavaliera tua, di cosa temi? Più le dita nodose non conosci, l'essenza odorosa della pelle e la carezza dell'anche mie a cui avvezza sei, da lustri ormai? Che ti succede?

- Dormo, sospiro, consolata. E sogno d'orrorosi eventi. Ma tu, pure, perché così ti copri sulla testa, che pioggia non v'è, né vento freddo spira?

- Dalla moschea ritorno, e ti dirò un segreto. Sai ch'il viaggio nostro lungo s'è fatto, e ancor ve ne sarà, di strada. Non siamo ricche, e occorre ch'il denaro con parsimonia s'amministri. Ora, codesta moschea, nella via del bue, pei musulmani è libera d'accesso. Nulla a loro si chiede, di pedaggio; pure, la sala di preghiera, ai musulmani solo si consente. As-salaamu alaikum! Così ho salutato l'uomo a quell'ingresso. Ana muslimah! M'ha sorriso, costui; benché cinese fosse il suo sembiante, certo ha compreso l'araba favella mia. E m'ha invitato a entrare. Era un complesso d'edifici grande, che prese inizio nel secolo dieci; ma tanto s'allargò e si rifece nell'epoca d'altre dinastie, e pure molto ancor si rinnovò una trentina d'anni addietro, che certo non saprei cosa rimanga di quel più antico tempo. Poco m'ha impressionato, invero, fuori, giacché tempio cinese d'altra religione pur essere potea, se dalle corti solo lo si mira, con leggero sguardo. Ma v'è un cortile ove s'affiancano due tombe, con l'araba scrittura che svela l'appartenenza loro. Sono i sepolcri d'antichi predicatori dell'islam in terra di Cina. Quasi nessuno vagava in quelle corti: il silenzio m'ha riconsolato. Dentro la sala di preghiera, timor m'ha preso che l'infingimento mio fosse svelato. Mi sono raccolta in un cantuccio; benché pochi vi fossero, e un uomo rispondesse al trillo del mobile apparecchio che teneva acceso. Tutto m'è parso di dolorosa intensità, forse per via della mia angustia d'essere scoperta. Tappeti verdi su moquette blu, e rosso vivo d'intorno, colle calligrafie d'oro zecchino, e i pilastri che mi parevano simili a quelli che stamane ho veduto nel Tempio del Cielo, col disegno di fiori stilizzati, se la memoria non m'inganna. Un uomo salmodiava piano, assiso verso il muro che si rivolge alla lontana Mecca; donne, niuna.

- As-salaamu alaikum! M'ha visto, un uomo minuto, quasi anziano. Presso di me s'è fatto.
- Ua' alaikum as-salam...
- ....

Poco ho capito, benché arabo parlasse. Solo, ch'ero benvenuta, che potevo immortalare la sala di preghiera, se volevo. Una carta m'ha offerto, ove si raccontava della moschea la storia, nel britannico idioma e pure nel francese; indi m'ha rimesso alla potenza d'Allah, e del silenzio.

(continua)
 
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