iobloggo.it
Blog gratuiti minimalisti per gli appassionati di scrittura
Da Janula.it, il blog di DODAMANTE dedicato alla prima puntata del giro del mondo in bicicletta

Cose russe di Cina (e d'altro mondo)

Harbin, Manciuria, dalle memorie di Suor Deodora

Blog di DODAMANTE del 2008-09-24 15:31:29
Leggi gli altri blog di DODAMANTE sul giro del mondo in bicicletta
 

Verso il fiume del Drago Nero

data: 2008-09-24 15:33:58
E fu l'inverno, inesorabile, che si preannunziò già nel torpedone che ci conduceva nella terra di Manciuria, nel borgo di Harbin, all'estremo nord-est della Cina. Presto ci inghiottì il buio. La Cavalletta stringeva i raggi, nella stiva, per sfuggire allo stridor di denti dei cani che pativano il freddo nella gabbia oscura (vedere il blog precedente). Quanto a me, debbo dire che il commiato da Pechino fu indolore, e il viaggio notturno che ne seguì non sgradevole. Pure, il giaciglio del torpedone non brillava di splendido nitore; rammento annosi detriti che s'ascondevano sotto. M'avvolsi nella trapunta ch'ivi s'offriva; e tanto vinsi la riluttanza che sempre opposi ai putridi giacigli, che presto m'abbandonai alla dolce invasione del sonno. Pure, uno strano viso che nulla aveva di cinese m'apparve, prima che perdessi del tutto la coscienza vigile del mondo.

- Hi! Una giovane donna dal naso un po' camuso era sdraiata sul giaciglio al mio accosto, sul fianco sinistro del convoglio. Do you know the temperature in Harbin? Minus four! disse quella, e mi parve ch'il nero del suo volto s'allargasse in un sorriso.

- So ch'il freddo scuote la terra che s'approssima all'Hēilóngjiāng, il fiume del Drago Nero che i russi chiamano Amur. Spero d'essere bardata a sufficienza, assieme alla mia cavalcatura che viaggia nella stiva. Ad Harbin ti rechi, tu pure?

- No, ella ancora sorrise, e scosse la matassa da piovra ch'aveva sulla testa. Proseguo sino a Hēihé – così almeno mi parve di capire, nei fumiganti vapori del sonno – ove ho lavoro. Insegno il britannico idioma in una scuola cinese. Dalla mia finestra, vedo la Russia.

- Where are you from? ricordo che ancora le domandai, giacché non avrei potuto capirlo da sola. Gli strani colori di quell'angolo remoto della terra m'erano sconosciuti.

- Papua New Guinea, rispose. I came to China to study medicine, three years ago. Sono venuta in Cina tre anni fa per studiare medicina. Poi...
 

Ultime stille di quiete

data: 2008-09-24 15:39:35
Devo essermi assopita, a questo punto, giacché non rammento alcun seguito nel racconto della papuana. Non seppi mai perché ella si fosse recata a lavorare come insegnante nel Far East della Cina, anziché proseguire negli studi. Mi svegliò un sobbalzo del torpedone, e tacquero i motori nel buio silenzioso d'una piazzola.

- Sosta! dissero gli autisti. Spensero i fari. Dormivo, e forse sognavo già di cavalcare pei sentieri di favolose isole d'Oceania; pure mi parve di comprendere l'idioma cinese, e quella parola che venne dalla guida mi risultò chiara come fosse stata proferita nell'italico idioma. Misi i calzari; l'autista mi sorrise, e scesi accanto alla compagna mia che m'aveva parlato prima del sonno fondo. Entrammo assieme nel sobrio ristorante, ch'offriva due menù di composite verdure.

- Torno dalla capitale, ove ho sistemato le questioni necessarie al mio soggiorno in terra di Cina.

Così mi disse ancora colei ch'accompagnò quel viaggio mio verso l'ignota cittade di Harbin, di cui poco o nulla sapevo, se non che fosse assai vicina alla frontiera con la Russia che avrei traversato con la Cavalletta.

- Certo quaggiù il mondo s'approssima alla longitudine d'Australia occidentale, e altri visi forse si mescolano, visi che nulla hanno della lontana Europa. Quanto piccola è la terra da cui vengo, quanto remota!

Lo scoramento, pungente come il freddo, cominciò a stringermi le viscere in un'insana morsa. Già sentivo il bolo pronto a sciogliersi in lagrime; quando d'improvviso, su quell'oscuro piazzale, vidi una bottega. V'erano in mostra gli spiedi di frutta al caramello che tanto amai nel viaggio mio di Cina. Ne presi uno, e in quel gusto dolce si stemperò l'angustia mia per siffatta lontananza. Tornai a sorridere all'incognita avventura d'Asia che ancor più a est mi conduceva. Giacché non si creda che siffatta avventura mai si sia nutrita di nostalgica afflizione; direi piuttosto che rara è stata la paura dell'ignoto. Pure, di momenti di grave prostrazione non ricordo ora. Ma di stanchezza, e di quel Mediterraneo che ancor s'allontanava, rammento d'aver misurato sovente la portata dell'una, e la distanza dell'altro. Come se fossi presa tra i due segni d'una calamita: essa talvolta mi richiamava allo struggimento per la sottrazione del noto, e talaltra mi riportava alla gioia unica della scoperta di lochi per me conosciuti, sino ad allora, solo per via d'atlante e delle storie d'altri viaggiatori.

Nel silenzio del chiostro che m'ospita oggidì, codesta gioia mi scuote come il tifone che infierisce sulle onde. E so per certo ch'essa traboccherà dal vaso, e non tarderà a spingermi fuori dall'austero mio rifugio. Godo quivi le ultime stille di quiete, nel mentre che lo sparviero della prossima avventura già ghermisce il sonno mio di suora. E trattengo la penna, perché corra ancora sui fogli di Cina e d'altra Asia: dacché la storia di Dodamante e della Cavalletta ancor lunga si fa, nell'andare a oriente, e nel tornare al noto dell'Europa.
 

Il ponte del Manciù

data: 2008-09-24 15:42:34
Al mattino, l'aria di Harbin riscosse la Cavalletta dal tremebondo sonno accanto ai cani. Il convoglio s'arrestò a lato d'una strada che non era stazione. Il destriero mio poggiò le ruote a terra, in buono stato; lo caricai del basto, e nell'operazione persi la papuana. Una folla s'aggirava attorno al torpedone; qualcuno m'offrì un tassì, ignorando la mia cavalcatura che attendeva l'avvio, poggiata a un palo, sul selciato. Sospinsi la Cavalletta verso la stazione ferroviaria ch'era a breve distanza. Pensavo quivi di ritrovare quella compagna ch'un altro mondo aveva aperto alle fantasie dei viaggi miei. Ma ella non c'era; e modo alcuno avevo di seguirne le tracce.

- Neanche il nome mi resta, della compagna mia di questo viaggio ultimo di Cina!

Sospirai, e la Cavalletta docile si fece, per contenere la mestizia di quel primo mattino nel Dōng Běi, il Nord-Est della Cina che si chiamò Manciuria (http://it.encarta.msn.com/encyclopedia_761560580/Manciuria.html). Terra inospitale, grigia e gelata ove decollarono fabbriche solitarie attorno a case di fango: così la vide il viaggiator Tiziano venticinque anni or sono (vedere nelle “Note tecniche”). E in verità non molto posso dire di quanto giace attorno al borgo di Harbin, giacché sempre nel buio si fece il viaggio nostro da Pechino. Pure, la città nova che vidi quel mattino, assai vivace e ammodernata mi parve. Benché l'alito s'emettesse in vapori, e gelido fosse il telaio della Cavalletta, un tiepido sole benedisse quello sbarco, e ci accompagnò senza fallo alla ricerca d'una locanda che convenisse alle esigenze nostre. Alti palazzi di vetro e di cemento s'ergevano, a lato del cammino che prendemmo dietro la stazione.
Passammo un ponte ove si rannicchiava un uomo, stretto nel guscio blu della sua giacca, sotto il colbacco. Doveva essere stanco; neppure ci guardò. I tratti suoi del viso mi parvero diversi da quelli degli Han di Cina: credo fosse un manciù, di quelle genti che nel secolo diciassette fondarono la dinastia dei Qing (www.tuttocina.it/tuttocina/storia/dinastie.htm). Sapevo che la lingua mancese era pressoché estinta, e quei parlanti, assimilati oggidì ai cinesi Han, che già alla fine del secolo diciannove furono in maggioranza nella regione del Nord-Est. Quell'uomo tuttavia non proferì verbo; la sua cavalcatura, al contrario, mostrò interesse per la Cavalletta. Ma era troppo carica di masserizie, come sovente accade ai velocipedi nelle terre di Cina, e non potè staccarsi dal parapetto del ponte ove si poggiava.
 

Aria d'Europa

data: 2008-09-24 15:45:27
Passammo oltre; giù per la discesa con cui si terminava il ponte, m'accorsi che la Cavalletta era eccitata. Non credo fosse pel destriero del Manciù ch'era di sopra; l'aria fredda le tonificava il dorso, la discesa annullava il peso del basto, e molto le piacque la via riservata ai pedoni ove ci infilammo, verso la locanda. Le piacque meno, in seguito, quando scoprì che non poteva galoppare tra i bei palazzi del primo Novecento che furono lascito dei russi e d'altri d'Occidente, su quella passeggiata d'aria europea ch'oggidì s'appella Zhongyang Dajie. La milizia cinese era all'erta, e nessuna ruota – pur senza motore – poteva transitare su codesta via, che nel quartiere Dàolĭqū scendeva diritta verso il fiume Sōnghūajiāng o Sungari, il quale confluisce poi nel Drago Nero-Amur.
Ma non vedemmo il fiume, quel mattino; giacché trovammo subito un'amena locanda che ci accolse con tutto il calore che la stagione non offriva ai viaggiatori. V'era una giovane Han nella ricezione, che discretamente masticava il britannico idioma. S'offrì di sorvegliare la Cavalletta, nel tempo che mi fu necessario per esplorare il piano delle camere. Benché la moquette conservasse un pallido ricordo dell'originario rosa, l'insieme mi parve assai di conforto; la mia cavalcatura fu accolta con la dignità che si riserva ad una fuoriserie. Vidi subito ch'era desiderosa di riposo; la notte accanto ai cani doveva averla spossata, infine. Salimmo al piano, e l'appoggiai alla madia nella stanza, dirimpetto allo schermo d'un televisore che molto utile mi fu come sponda per contener le masserizie nostre. Indi la salutai, augurandole un ottimo riposo, e scesi dabbasso.
Trovai un bugigattolo stradale ove nutrirmi di zuppa e fagotti di carne di maiale; indi girovagai per quelle vie che mi riempirono di straordinaria meraviglia. Quale nume poteva aver prestato orecchio allo scoramento mio del notturno ultimo viaggio? Ero già in Russia forse, o nell'innesto d'una lontana Europa! Pure, quei visi erano di Cina, senza dubbio alcuno. Cos'era dunque, il borgo strano che Harbin si nomava, nella provincia cinese di Hēilóngjiāng, quasi quattromila miglia a oriente di Mosca, e remoto più ancora dalle note architetture della vecchia Europa? Mi ritrovai d'un tratto sull'ampia spianata d'una piazza: quivi stupor mi fisse. A lungo stetti, muta, a contemplar quel loco e quelle genti.
 

L'andatura lenta della storia

data: 2008-09-24 15:48:42
Nel convento avito che m'ospita oggidì, ricordo talora lo straniamento che mi colse in quella piazza di Harbin: tutto m'era noto, invero, di codesto scenario. Due lati della piazza erano chiusi da un edificio porticato, dalle linee sobrie ed eleganti, balaustre e lesene di classica memoria d'Occidente. Sul terzo lato, alte s'ergevano le croci d'oro d'una chiesa ortodossa che pareva scalpellata nella bruna argilla (foto sotto). L'ultimo lato era segnato, in parte, da un portico di bruno metallo che l'aria frizzante del dì attraversava senza posa. Esso s'innalzava, a un'estremità, in leggiadro campanile, dalle cuspidi che pure terminavano in oro. Mosca e Parigi, e gli abbaini di certi palazzi torinesi: il sapore d'Europa m'investì la gola. In quella, vidi una macchia rosa raggrumarsi ai piedi del campanile di metallo. Dapprima non compresi; poi vidi quel colore allungarsi nella corsa ordinata d'un gruppo di donne in uniforme, che trascinavano il rosa a giro per la piazza. Esse mi riportarono alla Cina: doveva essere l'addestramento d'una squadra di lavoranti, come pure ricordavo d'aver visto a Tàiyuán, benché laggiuso le proporzioni fossero più ridotte assai. Fui colta da sgomento, giacché mi parve d'essere in loco colpito da strano sortilegio: ove si radunassero i resti d'altro mondo, e pure le pratiche più antiche della Cina maoista.
Rammentai allora ch'il cavalier Tiziano quivi s'impressionò per la lentezza, ch'era delle autorità locali, nel mettersi al passo col tempo della politica voluta da Pechino. Forse era la storia che si ripete in tutte le regioni di periferia, ove il controllo del potere centrale sempre debole si fa, e diverse le abitudini delle genti locali. Tuttavia, l'antica Manciuria, d'altre avventure doveva nutrire le sue terre: avventure complicate, a giudicare da quelle architetture che s'intessevano nel cuore di Harbin. Mi portai sul lato della chiesa ortodossa, che dall'esterno s'ergeva splendidissima, col verde delle cupole bagnato di sole. Sembrava antica, e pure l'avrei detta di ieri, per la freschezza dei profili e delle linee: sospettai ancora qualche stregoneria ad opra dell'arte del restauro. Entrai, col passo lieve che si deve a loco consacrato al culto.
 

Il fiore della piccola Mosca

data: 2008-09-24 15:51:28
Quel passo non s'addiceva. In fondo, anche a Harbin la storia marciava: codesta chiesa, che i russi avevano consacrato a santa Sofia nel 1907 per poi ricostruirla e terminarla nel 1932 (www.travelchinaguide.com/ attraction/heilongjiang/harbin/
st-sophia-church.htm), che pure si salvò dal fuoco e dai picconi al tempo della Rivoluzione Culturale, mai più avrebbe ospitato le litanie e le fiammelle dei fedeli. V'erano ancora immagini di santi, e il dipinto di un'Ultima Cena affisso all'abside scrostato. In basso, altre figure abbellivano pareti e pilastri: vecchie fotografie che ritraevano Harbin piena di vetture e di palazzi somiglianti a quelli che lì fuori m'avevano straniato. V'erano insegne appese ovunque, in quelle foto, di cirillica evidenza. E donne dalle fattezze simili alle mie, al passeggio coi cappellini e le vesti d'anni Venti; giovani impomatati, e ragazzetti coi calzoni corti. E immagini di chiese, di moschee e di sinagoghe.
Siffatto museo – ch'era l'antica chiesa – m'offrì certuni elementi per capire la singolar tenzone che fu di Cina, Russia e del Giappone pure, pel dominio della Manciuria ch'era terra grande, inospitale per le genti, ma d'altro ricca che faceva gola.
Terra di nomadi bellicosi nei tempi antichi, sottoposta al dominio delle tribù locali che variamente dai mongoli furono schiacciate, la Manciuria ebbe tribù che s'allearono e poi si rivolsero contro la dinastia cinese Sung, indi contro i Ming. Invasero la Cina, infine, nel 1644, e fu di loro l'ultima dinastia dell'Impero che morì nel 1911. Arrivarono dunque a Pechino; ma altri giunsero nelle terre ove s'erano fatte le scorribande di quelle tribù. V'era legname, carbone, argento e oro; più tardi fu il tempo del petrolio. Era una landa troppo fredda per essere il paradiso, ma non troppo desolata per gli avventurieri a caccia di tesori. Alla fine dell'Ottocento, pure nel Far East s'aprì la corsa all'oro. Arrivò il treno dello zar di Russia: l'impero cinese era morente allora, e lo zar ebbe la concessione per la ferrovia transmanciuriana. Ivi sbarcarono orde di conquistatori in cerca di fortuna. Molti vi furono, nel seguito, d'uomini d'affari, e russi bianchi, e gli ebrei d'Europa. Nella fredda pianura mancese s'aprirono fabbriche, botteghe e miniere; il fiore che vi sbocciò fu Harbin, che i russi fecero come una piccola Mosca, per sentirsi a casa.
 

Nuovo borgo di Cina

data: 2008-09-24 15:54:14
Arrivò pure la manodopera cinese che trovò impiego nelle concessioni straniere. Milioni di emigranti ammassati nelle bidonville, laddove la prospera Harbin degli anni Venti aveva centomila stranieri coi loro consolati e ristoranti, teatri e buffet. Poi furono i giapponesi, nel 1932, che posero la cittade nel loro Manchukuo, il regno fantoccio che fu retto dall'ultimo imperatore Pu Yi (vedere il blog “Le ruote di Pechino”, parte seconda, paragrafo “Bici e falene”). Tre anni dopo, il regno del Soviet vendette la ferrovia ai giapponesi: fu allora il primo esodo dei russi, dalla Manciuria e da Harbin. I giapponesi molto investirono nell'industria della ricca regione, giacché quelle risorse loro convenivano per sostenere le conquiste d'Asia; ma il disastro della seconda grande guerra li spinse via dalla Manciuria. Harbin fu ripresa dal Soviet, che la consegnò infine nel 1946 all'Esercito popolare di liberazione della Cina. Gli ultimi stranieri partirono in massa negli anni Cinquanta; al tempo di Tiziano non restavano che poche decine di russi, anziani e poverissimi. «Nel processo di lotta contro l'aggressione e l'oppressione, la gente operosa e impavida di Harbin costruì il prototipo della città moderna con il sudore e il sangue». Questo era scritto, nel britannico idioma, dentro quella chiesa che più russa non era, né chiesa. Uscii, per vedere dunque come fosse codesto prototipo del borgo novo che fecero nel seguito i cinesi.
In un angolo dietro quella piazza, ricordo che vidi due risciò dal tettuccio rosso, ornati dai tralci verdi d'una plastica fresca. Ne fui meravigliata, poiché rammentavo che, a Pechino, erano stati aboliti al tempo della Rivoluzione Culturale: giacché gli uomini-cavallo si facevano simbolo, credo, dell'iniqua oppressione della borghesia. Pure, avevo letto che certuni erano stati reintrodotti nell'anno 1980, benché assai pochi rispetto all'epoca di prima. E invero, non ricordavo di averne veduti, nei borghi di Cina ove ero passata nel mio viaggio con la Cavalletta, tranne qualcheduno ch'era a Jiāyùguān. Forse un poco era vero, che nell'antica Manciuria la storia girava con maggior lentezza.
 

Tartarughe globali

data: 2008-09-24 15:59:06
Il mattino seguente, sellai la Cavalletta. Nulla mi chiese, e docile s'apprestò alla galoppata. Solo, l'avvisai di tenersi pronta: avremmo traversato tutto il borgo, per dodici miglia, sino alla dolorosa meta di cui subito non volli dirle. Ebbi il timore ch'ella si ammutinasse, all'orrida descrizione di quel loco. E lentamente presi per un cammino che non conoscevo, seguendo la linea della strada ferrata. Al dì presente, nel sereno chiostro ove posso vergare la storia del mio viaggio d'Asia, quel brivido che venne allora mi scuote ancor le ossa.
L'andatura fu lenta, per le prime miglia. Sovente arrestavo la Cavalletta per contemplare il borgo e le sue genti. Ricordo il cielo fosco, dapprima, e poi il tiepido azzurro ch'accompagnò il trotto nostro verso sud. E invero, subito mi parve di ritornare nella Cina ch'avevo traversato. Lo straniamento della piazza russa era scomparso. Mi parve di capire che, delle vestigia del composito passato di Harbin, restava poco, e tutto concentrato nel quartiere di Dàolĭqū accanto al fiume, ov'era la locanda nostra. A un crocicchio, vedemmo ergersi la selva nota d'alberi del cemento, ben piantati con ordinata simmetria accanto al guscio trasparente d'una tartaruga, ch'era grande mercato d'origine francese.

- Ecco l'Europa nova che s'attesta a Harbin! dissi alla Cavalletta, con un sospiro che parve provenire dal fiato corto della pedalata. Immagino che tu riconosca codesto edificio nomato Carrefour: da Roma a Istanbul, e quivi pure, esso ci segue, senza posa, nel viaggio nostro d'Asia. Ma non temere: vittime non siamo di strano sortilegio ch'anzitempo ci ricondusse indietro, nella passata notte! È il mondo che piccolo si fa, a fronte della prole tutta uguale di codesti giganti. Andiamo, ora; di quella tartaruga per noi non c'è bisogno. Oggidì, almeno.

Il cammino proseguiva lungo una via che si faceva stretta sovra un ponte. Attorno v'erano i campi, e vetture sfreccianti, e un poco di paura. Ricordo che temetti allora d'aver sbagliato via, e che lontane fossimo dalla già spaventosa meta dell'andare nostro. Pure, pochi passanti incrociammo sul cammino. Un gruppo d'uomini stazionava presso un chiosco stradale. La Cavalletta s'arrestò ivi di buon grado.

- La strada in fondo a destra! dissero quelli, con le braccia loro.

Li ringraziai col gesto universale per cui il capo s'adopra, ed il sorriso.
 

La casamatta dell'orrore

data: 2008-09-24 16:03:22
Galoppavamo ora per le strade larghe e ariose d'un borgo industriale, ai margini lontani di Harbin. Non v'erano edifici di civile abitazione, né genti in lenta marcia nelle vie. S'alzò pallido il sole del meriggio, e fece splendere di candido nitore un edificio basso e lungo. Aerospace Hi-Tech Industry Zone, leggemmo sulla targa dell'ingresso. La Cavalletta tuttavia volle proseguire, giacché ora il trotto si faceva agevole, la strada vuota e l'aria dolce. Quell'aria mai mi parve troppo nera, a Harbin e nel circondario suo. E ancora mi stupii nel constatare che – malgrado la lentezza della storia – quel loco molto dovea esser mutato, nel quarto di secolo ch'era passato tra la visita del cavalier Tiziano e della mia con la Cavalletta. Costui aveva scritto allora di fabbriche paralizzate per mesi dalle interruzioni di corrente, di operai senza lavoro, e d'una spessa nuvola di fumo giallastro che incombeva su tutto. Fumi, e schiumosi rifiuti, ad avvelenare l'aria e l'acqua di rivi e di canali, senza che vi fossero regole per arginare il danno.
Della cittade sporca, logora e puzzolente che Tiziano vide in quel tempo, poco m'apparve, invero. Pure, sapevo d'un disastro che nell'anno 2005 riempì il fiume Sungari di benzene e altri veleni, che raggiunsero il Drago Nero-Amur e la vicina Russia (www.answers.com/topic/2005-jilin-chemical-plant-explosions). Certo, la cavalcata di quel dì non mi permise di saggiare l'aria con una competenza di scienziato. Però non vidi fumi neri o gialli, né ghetti di baracche e di miseria. Chissà, forse per questi, bene non cercai. Comunque sia, non ne trovai sulla mia strada, quel dì e negli altri che trascorsi a Harbin.
Arrivammo infine in una zona ove il borgo pareva nuovamente condensare la vita quotidiana degli umani. V'era un deposito ove giacevano quattro risciò senza padrone; la Cavalletta li fiutò con mestizia. Un poco oltre, vedemmo il cortile d'una scuola che si riempiva dell'ordinata marcia di piccoli soldati senza uniforme. Dirimpetto, la casamatta dell'orrore.
 

Echi di mostruoso ingegno

data: 2008-09-24 16:16:12
Da fuori, innocuo edificio pareva. Un sobrio capanno industriale d'altri tempi, con qualche concessione al classicismo sul lato dell'ingresso (foto sopra). Dentro, era museo. Si consacrava all'orrore della sperimentazione coi batteri sugli umani, ch'ivi fecero i giapponesi occupanti, attorno al tempo della seconda grande guerra, e pure un poco prima. Era lavoro dell'Unità Mancese 731: migliaia di cavie umane – cinesi o altri nemici prigionieri – vi morirono o furono menomati dai germi della peste, del colera e d'altri orribili morbi, inoculati dai medici giapponesi su soggetti sani, per prova d'armi chimiche e biologiche. Alcuni di costoro furono sottoposti ad altri esperimenti, perché quegli aguzzini potessero testare la resistenza umana al caldo estremo e al freddo, alle amputazioni e ad altri mali dall'uomo procurati. Echi d'un orrore che riportava ai campi dei nazisti le nostre memorie d'Occidente.
Vi giungemmo all'ora della chiusura per il mezzodì. La Cavalletta, stanca, si fece legare di buon grado al palo d'uno stenditoio, sulla strada. Fui lieta che non volesse avvicinarsi a quella galleria del mostruoso ingegno umano; e io volli nutrirmi di solidi spaghetti, perché le viscere fossero pronte e piene.
È difficile esibire, con giusto tono, le efferatezze della storia. Di codesto museo, più di tutto mi colpì l'edificio spoglio, l'ampio terreno vacuo che lo fronteggiava, e le trincee ch'erano sul retro. Quattro uomini in nero erano in bilico sovra quel fossato. Guardavano il pallido rosa dei palazzi che stringevano il terreno dell'orrore. Non vidi i visi loro, e non potei capire s'erano di Giappone o di Cina. D'istinto, mi parve di non poter amare le genti i cui progenitori s'erano macchiati di cotali misfatti; pure, pensai ai giovani tedeschi, al triste fardello che ancora grava, e al nome di colui che marchiò l'italo suolo e che talora pesa nelle cavalcate mie pel mondo. Sapevo che il governo giapponese giocava un poco con la revisione di codesta storia, al tempo del viaggio mio con la Cavalletta, benché avesse prodotto scuse ufficiali e forzieri ricolmi di denaro per sostenere lo sviluppo cinese. Feci dunque quello sforzo che sempre occorre fare, in ogni tempo e loco: da un lato la ragion di Stato, a coprir sovente gli orrori del passato e gli accidenti, dall'altro i cittadini di quello stesso Stato, che sovente non sanno, come gli altri di fuori. E infine, l'opera spaventevole dell'Unità 731 si rivelò in Giappone per via d'un giornalista del paese, che negli anni Ottanta del secolo passato studiò a fondo le tracce ch'erano rimaste di quel centro di morte: poche, giacché le forze militari giapponesi, in ritirata dopo la guerra persa, ne rasero al suolo ogni evidenza (sul tema, vedere: http://en.wikipedia.org/wiki/Unit_731 , http://it.geocities.com/pulfabio/harbinunita731.htm).
 

La solitudine dell'Occidente

data: 2008-09-24 16:24:36
L'edificio che ospitava il museo doveva essere il quartiere amministrativo dell'Unità 731, così mi parve di capire. Mesta riguadagnai la strada ove la Cavalletta m'attendeva in sosta. Senza fallo capì, il destriero mio, ch'era momento grave ove tener silenzio. Docile si mise in moto, e trovò subito la strada verso la cittade antica.
La via del ritorno fu agevole. Trovammo un cammino più liscio e breve, senza troppe vetture: che anzi la Cavalletta si trovò a salutare alquanti velocipedi della sua specie ch'erano al lavoro. Uno faceva lo spazzino stradale, colla ramazza lunga fissata sul telaio; l'altro era imbianchino, giacché portava un secchio da pittore. Passammo accanto a un gruppo di barrocci ov'era frutta, e tuberi dolci. Quivi la città s'alzava nel modernariato d'anonimi palazzi che potevano essere di Cina o d'Occidente. Poco più oltre, però, un edificio maestoso, di chiara e sobria simmetria, e d'eleganza austera, mi riportò alla Russia dell'antico Soviet. D'università si trattava (foto sopra); e pure scoprii più tardi ch'era loco conveniente in Cina per lo studio della lingua ch'era parlata sull'altra riva di quel Drago Nero (www.hyccchina.com/english/araq/heilongjiang.htm).
Sul fare della sera, condussi la Cavalletta nel dolce tepore della stanza nostra, alla locanda. Indi la salutai, e scesi dabbasso. Mi persi allora nella bella vasca che si faceva a Zhongyang Dajie, la Via Centrale riservata ai fanti (foto sotto, www.travelchinaguide.com/attraction/heilongjiang/harbin/central-street.htm). Essa s'accendeva delle prime luminarie della sera: quei palazzi n'erano impreziositi. Mi parve di camminare sul selciato d'una Parigi fin de siècle, tra i caffé e la melanconia d'un mondo che finiva; calò una pioggerella fine, per colmo di languore. Spettri intabarrati si movevano nell'acquosa penombra; non fosse stato per gli ideogrammi luminosi delle insegne, avrei fermato uno degli spettri, per conversare amabilmente nell'idioma franco che molto m'era noto. M'arrestai dirimpetto a un'esedra che portava scritto 1922 (foto sotto a destra). Un uomo gettava un secchio d'acqua scura in una fenditura del selciato. Vidi i suoi occhi, e capii ch'ero sola con la mia faccia d'europea, in quella galleria aperta d'antiche architetture d'Occidente.
 

Incontri di passaggio

data: 2008-09-24 16:36:08
Vidi le due ragazze, benché fosse ormai notte. Accadde come quando un cavaliere errante si ferma nel convento ove mi trovo ora: indosso giornalmente l'abito claustrale, ma so ch'il sembiante mio non è di suora. Le consorelle non fanno mostra di fastidio; che anzi, credo siano intrigate un poco dalla bizzarra mia presenza tra di loro. Quando giunge un cavaliere, tuttavia, in sosta tra perigliose avventure, capisco d'essere da costui riconosciuta. E in lui mi riconosco: nell'ansia che mi prende di ridiscendere in strada, sull'aspro della via, per rotte nove e su giacigli duri.
Mi videro, le due di Harbin. Erano a piedi, nell'ombra lunga della sera. I nostri visi si fecero compagni.
Toni e Hannah venivano d'Australia. Ci accompagnammo un poco su quella passeggiata d'Europa che tanto doveva, pure, al vivace ingegno degli ebrei. Di quella storia s'appassionavano, le due, in parte per circostanze d'origine. Vai alla sinagoga, domani – mi dissero – non è lontana! E invero, molto n'ero curiosa: ma era tardi, oramai, per quel dì. Scendemmo assieme nell'antro d'una taverna. Era calda e pulita. Solo, non vi trovammo i salsicciotti ch'erano specialità del borgo di Harbin. E furono ancora morbidi spaghetti, e tanta birra, come pare debba essere in Manciuria: giacché l'alcol – nelle terre difficili – sempre riscalda le viscere e il cuore.
Le condussi nella mia locanda, dacché non parevano soddisfatte della loro. Mostrai la Cavalletta, assopita sulla moquette rosa. Non parvero troppo impressionate, e vollero vedere altra locanda che più di lusso si faceva, nella zona. Compresi allora ch'il sinonimo dei visi nostri non avrebbe prodotto altro, di comune, che l'avventura d'una sera. Ricordo ch'un poco me ne rattristai: così succede, tuttavia, anco nei viaggi di somma fantasia. Benché talora, come pur m'accadde, certuni incontri siano imperituri, e d'emozione forte, e di passione accesa.
 

La passione del fiume

data: 2008-09-24 16:39:01
Il mattino seguente mi recai di nuovo, sola, per la via d'Europa che scendeva al fiume. Molte e molte volte, nei giorni di Harbin, mi riportai avanti e indietro per quel pellegrinaggio. Il letto del Sungari m'attirava d'omerico richiamo. Ma non lo navigai.
La via Zhongyang Dajie, alla luce del dì, mi parve meno bagnata dalla nostalgia: botteghe, magazzini e locande parlavano McDonald's, Kappa e altri marchi d'Oriente e d'Occidente. Alti palazzi di cemento e vetro stringevano d'intorno le singolari architetture antiche. Giunsi a quel monumento ch'avevo contemplato nella notte, celebrato dal tripudio delle luminarie (nella foto, in alto a destra): più modesto m'apparve, nella luce sghemba del mattino, colla corona porticata ch'attorno lo strigneva, come l'argine aveva infine stretto quel Sungari che sovente amava uscire dal suo letto. Siffatto monumento celebrava la forza dell'ingegno umano pel controllo delle inondazioni. Di più, m'impressionò quel parco che correva come verde striscia sull'argine vittorioso: ancor si dedicava a Stalin, benché codesto nome fosse divenuto Sīdàlín nel cinese idioma. Quivi operavano le cesoie di fantasiosi giardinieri sulle aiuole, adolescenti antichi s'avviavano al lavoro nel candido tripudio della scultura, ginnasti adulti e anziani giostravano di spade e d'alabarde per sciogliere le membra nell'aria pungente del mattino (foto nelle “Note tecniche”).
Nessuno mostrò interesse pel passo mio solitario e il viso d'altro mondo. Scesi sul greto; m'avvicinai al molo e ai battellini ch'erano in sosta, pei clienti diretti all'isola del Sole, ov'era parco grande e d'attrazioni pieno. Volli serbare quella traversata per l'ultimo tempo del mio soggiorno a Harbin, e non passai sull'acqua cupa che ancora non si rapprendeva in ghiaccio. Guardai la riva boscosa in lontananza, sorrisi a quattro velocipedi in attesa sul greto, e girai i tacchi verso la città. Persi la vista di quel fiume, e pure l'occasione della traversata, che mi sfuggì in quel viaggio. Nel tempo d'oggidì, ripenso sovente all'occasion mancata, e a quel disìo che mi venne poi, quando conobbi la passione ch'accompagnò il viaggio mio di Russia. Navigherò il Sungari col cavalier Sergey: questo mi dissi allora.
 

Cavoli e Cavallette al vento

data: 2008-09-24 16:42:05
Dopo il mezzodì, portai la Cavalletta un poco in giro per le vie del borgo ch'erano fatte dai cinesi. Ricordo ch'il freddo montava e molto pestavo sui pedali. Trovammo ortaggi e tuberi in bella mostra sul selciato, d'enorme taglia e appetitoso aspetto. E ancora, vidi cavoli e cavoli, in mucchio nell'angolo d'un parco ove templi, pagode e statue d'oro glorificavano la grandezza del Buddha e degli accoliti suoi. La Cavalletta non poté entrare, tuttavia, sulla spianata sacra ove giacevano i cavoli e s'innalzava la pietra scura ed elegante della pagoda a sette piani. Fuori v'era una bella strada alberata, riservata ai pedoni: vi passò qualche monaco, nel mentre che assicuravo la cavalcatura mia al forte ferro d'un cancello. Torno presto! le dissi con languore. Si strinse nel brivido dei raggi suoi, e m'aspettò, nella brezza che si faceva aspra.
Ora che vivo in un convento, sovente mi capita di comparare i sacri lochi, che furono del viaggio mio in Asia, col sereno sembiante di codesto. Quei templi di Harbin, ch'erano fatti pel buddhismo, mi lasciarono fredda, in accordo col clima. Benché fossero in parte quasi secolari, ospitavano statue che mi parvero troppo moderne e lustre, certune pareti interne d'asettico biancore, tripudio d'ori e di plastica fiorita, inchini rapidi e rari degli oranti. Sentii russa favella, e mi volsi a un gruppo di visitatori che percorreva quelle sale con placida disattenzione. Erano forse i marmi e gli ori che non s'addicevano, quel dì, al grigio minaccioso del cielo; mi colpì in vece il clangore d'alquante campanelle appese che risonavano al vento. Pure m'inquietò, quel suono, al punto che subito volli riguadagnar la via ove la Cavalletta era allacciata. La vidi, serena e stretta nel telaio suo che si faceva cetra per l'aeree dita; e mi rasserenai. Sul fondo della via, v'era una ruota, fatta per portare in giro nell'alto brivido del divertimento. Laggiuso mi diressi, ancora sola, col passo svelto a contrastare il vento. E ancor di Russia vi trovai le tracce.
 

Il parco della malinconia

data: 2008-09-24 16:48:46
Una diecina d'uomini, e pure qualche donna, si raccoglievano in discussione e in giuoco presso un porticato dalle cime aguzze. Ovvero, portico di chiesa pareva, col campanile suo dal tetto a guglia. Pagai blando pedaggio e fui in un parco verde, benché un poco spoglio per via della stagione. Subito compresi che si trattava di terreno consacrato ai divertimenti: oltre la grande ruota, ch'era diserta e ferma, vidi il castello di un'orrida megera dalla bocca aperta, e sagoma d'un palco di teatro con fantasiose cupole, morse da ruggine e da brumoso cielo. Codesto parco mi parve desolato, nel freddo dell'autunno e nell'assenza di giovani avventori. Non ne fui stupita: era tempo di scuola. Pure, tutto mi parve morto, il presente e il passato di quel loco. Mi riscaldò l'ampio sorriso d'un enorme Buddha che s'allargava nella cartapesta, o in gesso colorato, deposto alla rimessa, in attesa di migliori tempi. Era costui più caldo, nella materia e nel sorriso, dei Buddha ch'eran seri, nei templi a pochi passi.
Svelta montai sul campanile dell'ingresso: la porta non chiudeva. Una stretta scala di legno andava su, tra foglie secche color amaranto. Vi trovai dentro i resti d'un falò e stracci appesi, fili elettrici e latte di metallo. Un tempestare di martelli colmava, di lontano, quella desolazione. Il campanile deperiva nel lento abbandono del parco. Pure, era più giovane della chiesetta ortodossa che scoprii vicina, consacrata da un secolo alla Vergine Maria, ch'in quel lontano tempo s'ergeva nel mezzo del cimitero degli emigrati russi. M'avvicinai al piccolo gioiello antico (foto sopra al centro). Nessuna litania, canto niuno. Da una finestra, venne l'odore che spira da umida cantina. Accostai l'occhio: vidi brande di letti e altri oggetti di cui si faceva catasta. Colpiva il vento, ancora, l'intonaco scrostato e i vetri rotti. Venne una donna Han con una scopa in mano; aprì la porta ch'era sul lato destro dell'ingresso. Guardai i cartoni, e tutti gli strumenti ch'erano in uso per nettare il parco, affastellati nel vano di quell'antica chiesa.
Un poco oltre, sotto la gran ruota, trovai una cappellina integra e graziosa, nel legno e negli stucchi cogli angeli volanti. Anch'essa era diserta: v'erano dentro, in cumulo, alquante latte di vernice, e luci da montare pel giardino. D'improvviso, mi ricordai di Trabzon e dell'antiche chiese divenute moschee (vedere il blog “Le sorprese di Trebisonda”). A Harbin, i templi e le pagode nove s'erano eretti a parte; le dimore dell'anziano culto russo, ch'erano ancora in piedi, mi parve che rare s'offrissero a musei e magazzini, e più all'incuria degli uomini e del cielo.
 

Sinagoga da museo

data: 2008-09-24 16:53:36
Raggiunsi infine il mio destriero, ch'era freddo nel telaio e nel manubrio. Col guanto scaldai quei freni, e le giunture mie sull'impugnatura. Partimmo in fretta verso la locanda, ch'era vicina a quella sinagoga ove le due d'Australia avevano profuso l'interesse loro.
La Cavalletta mi fu grata, quando la legai sull'angolo d'un muro che la riparava dal soffio gelido del vento, in compagnia d'altri velocipedi cinesi. M'allontanai in fretta, con la promessa d'un rapido ritorno: giacché il cielo ormai volgeva al bruno, e la sinagoga avrebbe chiuso presto; così almen sapevo. Trovai un museo, splendente di nitore e pulizia, nel perfetto edificio che s'ergeva nel bianco delle lastre e il rosso del mattone. Negli anni Venti del secolo passato, s'empiva di fedeli, la sinagoga nova; al tempo del passaggio mio con la Cavalletta, mostrava solo i ricchi segni d'un passato estinto.
Più di ventimila erano ebrei, allora, in Harbin, venuti dalla Russia, dall'est d'Europa e d'altre terre. Antisemitismo non fu mai tra i cinesi, così assicuravano le diciture nel britannico idioma. E quel museo voleva dire al mondo che Harbin era cittade «ove gli stranieri godono del miglior trattamento, e quella cinese una nazione con la fortissima consapevolezza della dignità di tutti gli uomini». La storia e la vita quotidiana, gli affari e la cultura delle famiglie ebree del tempo si mostravano per foto in bianco e nero; come pure gli antichi palazzi ch'erano sinagoghe, scuole e case, banche e locande, da loro e per loro edificate. Molti di codesti edifici sono nel progetto di conservazione del governo di Harbin, e restano in piedi con orgoglio nel loro splendore originale: così ancora lessi in quel museo. Pure, si nominava il cimitero grande di Huangshan per gli ebrei, ove restavano in eterno più di seicento: banchieri e uomini d'affari, scrittori e artisti ch'animarono la belle époque di Harbin. Ho sempre amato la quiete d'ogni cimitero; ivi avrei spinto le ruote della Cavalletta, s'il viaggio potesse farsi ancor più lento. Ma al termine volgeva, il lasciapassare nostro di Cina. L'indomani, sellai il destriero mio con tutto il basto.
 

I numeri della partenza

data: 2008-09-24 16:59:10
Volli, un'ultima volta, contemplare il Sungari: lasciai la Cavalletta alla locanda, e ridiscesi al fiume con rapida andatura. L'acqua scorreva ancora libera dai ghiacci. Solcavano i pattinatori, colla linea delle ruote loro, i viali del parco Stalin. S'alzarono sul greto i colori degli ultimi aquiloni di Cina. Quivi m'accomiatai da Harbin, e pure dal paese grande ch'avevo traversato nel calore morente dell'estate. Andavamo nella Siberia di gelido autunno, per tornare a ovest, nell'Europa. Sobbalzai nel petto, a quel pensiero. Temevo in specie per la Cavalletta: sapevo infatti che avremmo dovuto servirci di quella ferrovia che è d'uso nomar Transiberiana. E come, nella Cina, sul treno degli umani, cicli non s'ammettevano (vedere il blog “Ai confini del Tibet”, paragrafo “Il gran rifiuto”), mi spauriva il pensiero che così fosse pure per la terra di Russia.

A Harbin, v'erano alquante stazioni, o meglio parcheggi, piazzali e sottoponti ove partivano i torpedoni che s'avvicinavano al confine. Stentai a trovare un convoglio che potesse prendere la Cavalletta: le stive erano piccole, di masserizie piene. I convogli più adatti, non partivano quel dì, ma solo l'indomani. Non volli aspettare. Provai con uno: v'era un magazziniere che trattava per l'imbarco delle merci. Guardò la Cavalletta come fosse mulo. Poi scrisse un numero che mi parve folle.

- Méi yò! gridai sdegnata.

Due uomini offrirono i servigi loro, perché potessimo trovare altro trasporto a buon mercato. Ci scortarono lungo la ferrovia. Sotto un ponte, altro convoglio si preparava alla partenza. Il numero salì; tornammo indietro. Con tiepido sconforto, spinsi la Cavalletta nella stiva del torpedone col magazziniere; di poco costui piegò il numero richiesto. E il rimanente, dovetti darlo agli uomini che, in codesta ricerca, ci avevano scortato. Credo fossero senza lavoro: s'adoperavano così, al servigio dei viaggiatori di passaggio; benché, oltre il cinese, altro idioma non conoscessero. Presero loro quel denaro – che pure, nell'Europa, era cosa da nulla – e in un lampo si dileguarono alla vista. Scoprii più tardi l'inganno loro, quando giungemmo al capolinea del convoglio.
 

Verso la Russia, o forse no

data: 2008-09-24 17:02:44
Molti e molti bagagli, sacchi d'ogni forma, scatole e attrezzi sommersero la Cavalletta nella stiva. Altre masserizie vennero issate a bordo, nei corridoi, in mezzo ai passeggeri. Ricordo quanto temetti per la fragile meccanica della cavalcatura mia. Il conduttore del convoglio dapprima fece mossa rabbiosa: per colpa di quel velocipede, coi bagagli messi tra gli umani, si rischia che la polizia ci fermi! Questo compresi. Nulla potevo fare, tuttavia, e allargai le braccia, sconsolata. Pure, quell'uomo sorrise: e mi toccò sopra le caviglie, sulla pelle nuda. Feci un sobbalzo: indi s'alzò, costui, il bordo in fondo al pantalone.

- Questa ci vuole!

M'indicò la calzamaglia sua, ch'era più conveniente al freddo del confine; e rise. Assieme giocammo ad incastrare l'abnorme quantità di merce nella stiva, perché non fosse di danno alla Cavalletta. Chiuse infine i portelli, con fragore, e respirai. Si mise in moto, il traballante cargo. Tremavo ancora, per l'ansia che la contrattazione m'aveva procurato. Mi stesi sul giaciglio che fu mio in quel viaggio: e presi a scrivere con frenesia. Annotavo del bruno paesaggio d'autunno che sfilava ormai di fuori. Del sole, di casette basse e di colline, e del sollievo di quella partenza. I campi erano spogli, senza neve. Vedevo piccoli abeti, mentre le soubrette cinesi ballavano e cantavano nel video del convoglio. Harbin è loco ove vorrei tornare; questo scrivevo allora. Presa nel fondo vortice della scrittura, non m'avvidi del buio ch'era sceso. E pure non capii, quando il conduttore mi disse, assieme al suo secondo, ch'il tempo di sbarcare era venuto.

- Suífēnhé? domandai, dubbiosa.
- Mŭdānjiāng! dissero quelli.
- Tradimento! urlai inferocita.

La corsa del convoglio lì finiva, a un centinaio di miglia dal confine ove si valicava per la Russia.
 

Sulle frontiere del Far East

data: 2008-09-24 17:09:16
Il conduttore in seconda tirò fuori la Cavalletta dalla stiva. Sacramentai contro tutti i numi di Cina e d'universo: era già buio, nulla sapevo di quel borgo sconosciuto, se non che fosse ancor lontano dalla mia frontiera. Lì, la stazione, puntò il dito quello. Annusò la mia rabbia, benché non potesse vedere lo sgomento sul viso mio, per l'angolo scuro della via ove eravamo. Mi porse un pezzo da cinquanta: come indennizzo, e perché lo girassi al prossimo pilota.
Sul piazzale, sfavillante d'insegne colorate, nessun torpedone andava a Suífēnhé. Míngtiān, domani, mi disse un gruppo d'uomini. Jīntiān, risposi. Oggi, subito, adesso! Irata ancora, m'uscì la voce. M'indicarono quelli una vettura rossa.
Mi parve d'essere tornata sulle vie d'Asia centrale. La Cavalletta si lasciò inghiottire, senza tema, nelle fauci del bagagliaio. E il conduttore, prima dell'avvio, mi passò il suo ricevitore.

- Hallo, hallo! disse la voce d'una donna, nello squillante idioma che meglio capivo, del cinese. The trip is not easy, seguitò ella. The driver asks other 50 yuans.

- Il viaggio è facile, risposi, la strada è breve, ho già pagato il necessario. Bye bye.

Col viso si scusò, quel conduttore. Partimmo.
V'era una giovane donna, nella vettura, che sedette avanti, a lato dell'autista. S'intrattennero, i due, con sereno tono, per il tempo ch'ella viaggiò con noi. Amo talora non capire il senso dell'idioma che si dipana attorno: giacché, allora, si coglie il tono, il guizzo d'una sillaba, il palpito d'un occhio, il gesto che rimarca lo sconosciuto verbo. Mi piacque la favella di quell'uomo: era giovane e calmo, guidava con serena andatura, nel buio fondo della strada che non mi parve aspra; né liscia, invero. E pure non fu breve, il viaggio: giacché, quando arrivammo nel borgo di frontiera, mancavano due tocchi alla mezzanotte. Non vidi umani, nelle strade oscure; quel Caronte m'accompagnò, perché trovassi confortevole locanda per la notte.
Aprì un uomo robusto: rumore alcuno veniva dall'interno. Mi parve d'essere nell'atrio d'una casa. Accanto al sofà ove posai la Cavalletta e il basto, cavoli e cavoli s'accatastavano sull'impiantito. Mi diedero una stanza ch'era per quattro: e vi fui sola, dentro, colla cavalcatura mia.

Quella notte, a Suífēnhé, fu l'ultima di Cina. Ringraziai il mio Caronte con supplemento di denaro. Poi volli uscire, a piedi. Il borgo, che pur sembrava morto, si accese in due taverne, poco sopra la locanda mia. Nell'una vi feci cena sontuosa: volevo che le viscere mie portassero il ricordo delle migliori prelibatezze di Cina. Spiedi d'agnello, zuppa di pollo, verdure e verdure che cavoli non fossero: mangiai con pantagruelico appetito, dietro la tenda del ridotto che m'ascondeva alla vista d'altri. A pochi passi, trovai poscia una bottega pei composimetri che s'agganciano al mondo. Presi uno schermo, e la scrittura fu, sino alle ore del piccolo mattino.
L'indomani, l'uomo della ricezione si curò della Cavalletta che aveva perduto un bullone nella corona sua. Si lasciò fare, ella, con piacere grande. Indi la condussi d'attorno, per rapido giro. Un poco di neve resisteva al sole; in un cortile, a lato della strada, giocavano ballando le bimbe d'un asilo. Ci apparve la massicciata della ferrovia e, più lontano, una barriera d'edifici ch'avrei detto di Russia. L'uomo della locanda ci salutò, infine, assieme alla compagna sua (foto sopra). E ci avviammo verso la frontiera.

Furono poche miglia d'un facile cammino. Pure, quegli edifici ch'avevo veduto oltre la ferrovia, non erano di Russia. Giacché, dall'altra parte, scoprii l'immenso vuoto d'una remota Asia. Il passaggio fu lento, alla frontiera; un uomo che aspettava vide la Cavalletta. Com'è elegante, colle borse sue che sono dietro! disse, nel britannico idioma. Ora che la storia s'è compiuta, e la cavalcatura mia riposa nel fienile del convento che ci accoglie, riconosco in quelle parole l'inizio della straordinaria avventura d'una passione.
 

Note tecniche

data: 2008-09-24 17:17:09
Per informazioni sul valore della moneta cinese, vedere le Note tecniche del blog “Cose turche di Cina”.

Per il pernottamento a Harbin: Zhōngdà Dàjiudiàn, tel. 0451-84638888, 32-40 Zhongyang Dajie. Camera doppia con bagno: 150 yuan. Questo albergo si trova nel quartiere Dàolĭqū: da qui molti punti di interesse della città sono raggiungibili a piedi, compreso il parco Stalin/fiume Sungari.
Per Suífēnhé, non è difficile trovare l'albergo mostrando la foto qui accanto una volta arrivati nella cittadina. Camera con quattro letti e bagno (per una persona, nel mio caso): 120 yuan.

Per andare alla Base giapponese per gli esperimenti di guerra batteriologica (Unità 731, in cinese: Qīnhuá Rijūn Dì 731 Bùduì Yízhĭ, tel. 0451-86801556, Xinjiang Dajie, aperta 9-11.30 e 13-17), se si è sprovvisti di bicicletta, si può prendere l'autobus 343 nella zona della stazione ferroviaria di Harbin, vicino all'ufficio postale di Tielu Jie.

La zona dei templi buddhisti di Harbin (tra cui il tempio della felicità Jí Lè Sì e la pagoda a sette piani Qījí Fútú Tă) si trova sulla via pedonale Dongdazhi Jie, raggiungibile con l'autobus 14 dalla stazione ferroviaria. Dalla zona dei templi si può andare a piedi nel vicino parco dei divertimenti con le antiche chiese.

Per andare da Harbin a Suífēnhé, gli autobus partono da diversi punti, ma tutti intorno alla stazione ferroviaria principale.

Letture utili:
- Tiziano Terzani, La porta proibita, Milano, TEA, 2000 (1984), 272 p., in particolare il capitolo: «Il regno dei topi» (pp.80-105).

- Tiziano Terzani, Buonanotte signor Lenin, Milano, TEA, 2007 (1992), 423 p., in particolare i capitoli 2-4 (pp.16-80).

- Michael Carrithers, Buddha, Torino, Einaudi, 2003 (1983), 110 p.

- M. Raveri, «Buddhismo» (pp.335-368) e «Buddhismo cinese» (pp.369-377), in: G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2003, 594 p.

Nelle foto sopra: a sinistra e al centro, immagini di Harbin (ginnasti al parco Stalin, fiume Sungari, merci in vendita ed esedra del 1922 sul viale Zhongyang Dajie). Nelle foto a destra, l'albergo e case a Suífēnhé.
 
Leggi gli altri blog di DODAMANTE sul giro del mondo in bicicletta